Giuseppe Carroccia

 

Per il centesimo anniversario della nascita del Pci, l’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico (AAMOD) in collaborazione con l’Associazione Berlinguer ha realizzato il film Cent’anni dopo, diretto da Monica Maurer, montato da Milena Fiore, con la consulenza dello storico Alexander Höbel, la voce di Sandro Casalini, il disegno sonoro di Giuseppe D’Amato, il bianco e nero di Mauro Vicentini.

Per raccontare i 70 anni di storia del Partito Comunista Italiano in 30 minuti gli autori scelgono saggiamente la strada del “cinema di poesia”: i volti e i corpi dei militanti che mostrano e dimostrano come il Partito della classe operaia diventò in Italia, un partito di popolo: il popolo comunista. Di come cioè percorsi individuali diventano impresa collettiva come gocce in un fiume e fanno la Storia. Pane pace e lavoro.

Per almeno tre generazioni di proletari, infatti, è solo attraverso il Sindacato e il Partito che si dà la possibilità per la prima volta nella loro vita e nella storia delle loro famiglie di fare un percorso formativo, crescere in conoscenza, cultura, istruzione: trovare risposte complesse ma profonde e chiare alle loro semplici, ma essenziali domande. I sorrisi e la gioia di quei volti segnati dalla fatica esprimono la soddisfazione di una emancipazione in divenire, di una Rivoluzione in corso, inarrestabile perché mondiale. Ci vorrebbe un’Armata Rossa di scrittori per narrare l’infinita, lunga marcia di questi milioni di militanti, modesti ma determinati, umili ma consapevoli della propria forza, incuranti del successo personale perché impegnati a far succedere i fatti, disciplinati nella lotta come nel lavoro. Non preoccupati di lasciare testimonianze, perché la memoria storica vive nel Partito, nelle lotte delle generazioni future.

La Storia del Partito Comunista Italiano, della formazione dei suoi gruppi dirigenti, delle lotte di cui fu protagonista rimane a tutt’oggi un patrimonio gigantesco, imprescindibile per la lotta di classe nel nostro paese, che rende vive le nostre speranze e spiega la paura delle classi possidenti, il loro ossessivo anticomunismo.

Il Pci nasce dopo la Rivoluzione d’Ottobre, con una scissione fortemente voluta e organizzata da Bordiga, ma che maturava nell’elaborazione della rivista “L’Ordine Nuovo” di Gramsci sull’esperienza dell’occupazione delle fabbriche durante il biennio rosso, in contrasto con la direzione politica del Partito Socialista e della Cgil, della loro incapacità a dare uno sbocco politico rivoluzionario al dopoguerra italiano.

Il miracolo politico compiuto da Andrea Costa di organizzare a fine Ottocento il proletariato in un paese arretrato e con un popolo diviso e indisciplinato, sul modello del Partito socialdemocratico tedesco, riuscendo a fargli superare i limiti dell’anarchismo, anche rivalutando l’esperienza garibaldina, esaurisce la sua funzione storica nel fallimento della Seconda Internazionale.

La nascita del fenomeno fascista costringe il gruppo dirigente del Pcd’I a innovare subito la propria elaborazione e a rifondarsi nelle Tesi del congresso di Lione in cui vengono poste le basi teoriche e strategiche della lotta al fascismo, in cui i comunisti saranno protagonisti sia in clandestinità durante il ventennio sia durante la guerra di Liberazione.

Fondamentale nella formazione di quei militanti, che venivano mandati in Italia sotto la direzione di Camilla Ravera segretaria del Centro Interno a rischiare la vita e il carcere, furono le Lezioni sul fascismo che Togliatti tenne a Mosca e che oggi sono raccolte nel Corso sugli avversari.

Quel metodo di lavoro e di studio ha poi formato le generazioni che dopo la svolta di Salerno costruirono il partito nuovo, il Partito di massa, e negli anni Cinquanta elaborarono la strategia della via italiana al socialismo, che rimane il più robusto e articolato tentativo di trasformazione sociale nel nostro paese.

Togliatti, che come dirigente dell’Internazionale Comunista si era battuto per le vie nazionali al socialismo seguendo cioè strade anche diverse da quella dell’Ottobre come furono in effetti poi quella cinese, cubana, vietnamita, jugoslava e tutto il gigantesco movimento di lotta anticoloniale nel terzo mondo, cercava una via democratica e progressiva in Occidente e in Italia, facendo tesoro delle riflessione che Gramsci aveva elaborato nei suoi Quaderni, scritti in carcere e al confino prima di essere lasciato morire senza cure dal regime di Mussolini.

Il dibattito che anima la costruzione della nuova strategia è ricco e articolato. Si discute anche se è possibile seguire una via che verrà ostacolata con ogni mezzo dalla ferocia delle classi dominanti e dall’imperialismo americano, come ricorda anche Tortorella nel film a proposito della contrarietà americana al compromesso storico e all’ingresso dei comunisti al governo nel 1976.

Ma è soprattutto sulle modalità e sulle articolazioni territoriali che il dibattito risulta fecondo, aprendo una dialettica interna che si innesta sulle lotte della classe lavoratrice facendo realizzare buona parte delle conquiste che il movimento operaio italiano ottiene, divenendo un punto di riferimento per tutti i partiti e i movimenti nel mondo. È utile, ad esempio, rileggere le riflessioni di Edoardo D’Onofrio, segretario della Federazione romana, su come costruire relazioni tra proletari e sottoproletari, o ad esempio quelle di Arturo Colombi, segretario a Bologna e poi in Lombardia, sull’idea di partito combattente che fonda la propria forza sull’insediamento nei luoghi di lavoro e sulla capacità di prendere continuamente l’iniziativa per irrobustire la lotta politica parlamentare e l’attività legislativa.

Anche buona parte delle conquiste sociali e della battaglia per i diritti civili e l’emancipazione della donna nascono da quella elaborazione, o dal contributo della base, come la riforma sanitaria di Tina Anselmi pensata dalla Commissione sanità degli operai di Porto Marghera. La forza del Pci e del Movimento operaio rendeva possibili risultati impensabili come l’apertura dei manicomi, ma poi i governi sabotavano quelle conquiste negando le risorse per realizzarle.

Come ricordava sempre Luigi Longo la caratteristica principale del Pci è sempre stata saper analizzare i mutamenti e saper innovare la propria proposta e organizzazione. Questo perché nella elaborazione di Gramsci un ruolo centrale nella costruzione del Partito hanno quelli che lui definisce i mediocri, cioè i quadri intermedi, gli ufficiali di collegamento tra la base e il vertice. Dalla loro capacità e formazione politica discende la capacità del Partito di capire i mutamenti sociali, e quindi la strategia da adottare.

Sempre è presente la consapevolezza dei rischi che corre la giovane democrazia e persino il giovane Stato unitario per la sostanziale antidemocraticità delle classi dominanti, per la loro natura eversiva.

Un mese dopo la strage di Piazza Fontana il Pci decide di tenere la Propria Conferenza operaia proprio a Milano e tutti gli interventi dei dirigenti, l’introduzione di Di Giulio, le conclusioni di Amendola battono sempre sullo stesso punto. Le conquiste che stiamo ottenendo, ad esempio le elezioni dei Consigli dei delegati, devono essere ottenute con la partecipazione altrimenti rimarranno solo sulla carta e ce le toglieranno.

Anche dopo il biennio rosso elettorale 1975-76, se entravi in una sezione del Pci con l’entusiasmo dei 15 anni e delle vittorie in tutto il mondo dal Vietnam al Portogallo all’Angola, i militanti ti riportavano con i piedi per terra. Ti dicevano: “Con la disoccupazione sopra il 12 % c’è il rischio fascismo, se non si affronta la questione meridionale anche l’unità del paese e la Repubblica e la Costituzione sono a rischio”. Non lo facevano per metterti paura e abituarti a cedere al moderatismo, ma per renderti più consapevole che se non avessimo fatto dei passi avanti ci avrebbero riportati indietro e che perciò bisognava metterci tutta la forza e l’intelligenza possibile. L’entusiasmo, quello, non ci mancava.

Si vide nel 1980 quanto avessero ragione. Ad agosto la strage alla stazione di Bologna, a ottobre la sconfitta alla Fiat, a novembre il terremoto, e poi il malaffare camorristico per la ricostruzione e la fine del compromesso storico per l’impossibilità di costringere la Dc a una politica di progresso.

L’ultimo Berlinguer, con la presenza davanti ai cancelli della Fiat, la relazione e le conclusioni al Congresso di Milano, la battaglia per la scala mobile, la decisione di tenere la Festa dell’Unità a Genova, città dalla grande presenza operaia, cercò di rimettere al centro la questione del lavoro nella politica del Partito, ma dopo la sua morte prevalsero nel gruppo dirigente le tendenze più moderate, mentre il carattere di classe del partito progressivamente si indeboliva.

Il crollo del Muro di Berlino offrì l’occasione per modificare di fatto col cambio del nome anche la natura, la ragione sociale e la funzione di classe del Partito. Lo capì buona parte della base che infatti vi si oppose nonostante il grosso del gruppo dirigente, dei funzionari, dei parlamentari, degli amministratori locali, dei quadri sindacali e delle cooperative sostenne la svolta.

Una parte non piccola di quel popolo non accettò lo scioglimento, rimase inalterabile e irriducibile nella convinzione della giustezza degli ideali e della prospettiva comunista e fondò Rifondazione Comunista. E fu un bene perché quella bandiera gloriosa non meritava di rimanere senza eredi.

Trent’anni dopo, con l’evidente crisi del capitalismo, con le guerre, l’aumento delle diseguaglianze, la devastazione ambientale, il degrado culturale e morale, gli attacchi virulenti alle conquiste delle donne, i fatti che hanno la testa dura e la mente fantasiosa dimostrano senza ombra di dubbio che c’è sempre più necessità dei comunisti e del loro Partito.

Il film Cent’anni dopo riesce nel suo scopo di farci tornare ad emozionare e a ragionare: a noi che il Pci lo abbiamo conosciuto, vi abbiamo militato. E a incuriosire i giovani che di quel partito hanno solo sentito parlare.

Merito indubbio della bravura, della intelligenza, della passione sincera degli autori del film, che si sono dimostrati degni eredi di una tradizione che ha visto le migliori intelligenze artistiche e scientifiche del paese collaborare col partito che dell’intellettuale collettivo aveva fatto la sua modalità principale di funzionamento. Da Emilio Sereni ad Ambrogio Donini, da Concetto Marchesi a Eduardo de Filippo. L’elenco sarebbe interminabile. Il mondo del cinema in particolare, come si vede anche nel film con la presenza al picchetto d’onore davanti alla bara di Berlinguer di Monica Vitti, Ettore Scola, Fellini, Lizzani e tanti altri.

Lo stesso Scola, che fino alla fine ha continuato a battersi impegnandosi a salvare gli Studi di Cinecittà dalla speculazione, avrebbe saputo realizzare un film che manca alla nostra filmografia: la vita del nostro paese raccontata attraverso i cambiamenti in una sezione del Pci, luogo formidabile di formazione culturale e di crescita civile, come fece con la sala da ballo francese nel film Ballando ballando. Spero che qualche giovane autore un giorno lo realizzerà.

Per me il Pci rimane nei volti felici degli emigranti che si affacciavano dai finestrini dei treni quando tornavano per votare il loro partito. E negli sguardi tristi ma fieri degli uomini e delle donne del popolo sui marciapiedi delle stazioni in attesa del passaggio del treno che portava la salma di Giuseppe Di Vittorio, bracciante dall’età di otto anni, autodidatta, diventato capo della Cgil e del Sindacato mondiale che meglio di tutti li conosceva e rappresentava. Anche lui un comunista. Un compagno del PCI.

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