Manfredi Alberti

 

I più recenti lavori storiografici sui rapporti fra la Resistenza e il Mezzogiorno stanno contribuendo a delineare un’immagine più ricca e articolata del passaggio dal fascismo alla Repubblica, come conferma da ultimo un pregevole volume pubblicato da Sellerio, a cura di Tommaso Baris e Carlo Verri (I siciliani nella Resistenza, Sellerio editore, pp. 428, euro 22).

Il titolo del libro non deve trarre in inganno: i saggi qui raccolti, nati in occasione di un convegno del 2016 organizzato dall’Istituto Gramsci Siciliano, coprono infatti un arco tematico che va al di là del contributo dei siciliani alla guerra di resistenza al nazifascismo tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945. La riflessione degli autori, pur imperniata sulla complessa vicenda della Resistenza, investe più in generale il ruolo svolto dalla componente meridionale e dai siciliani in particolare nella storia politica e culturale del Paese tra il fascismo e i primi decenni del periodo repubblicano.

Il volume tenta innanzi tutto di fornire un’analisi, qualitativa e quantitativa, delle diverse forme di coinvolgimento dei siciliani nella vicenda resistenziale, facendo i conti anche con la complessa sedimentazione della memoria di quegli eventi e con il loro successivo uso politico. Come chiariscono gli autori, non è semplice giungere a una quantificazione esatta dei siciliani coinvolti nella guerra partigiana, sia a causa della natura irregolare dell’arruolamento, sia dal momento che le statistiche si basano essenzialmente sulle dichiarazioni dei protagonisti, non sempre desiderosi – specialmente se donne – di rivendicare il proprio ruolo in quelle vicende. La Resistenza, pur essendosi svolta al di fuori del territorio siciliano, vide coinvolte di certo alcune migliaia di isolani: un contingente piccolo ma non irrilevante, spesso la componente più numerosa – anche come conseguenza del peso demografico della Sicilia – all’interno del più ampio gruppo dei partigiani di origine meridionale. Come per tutti gli altri partecipanti alla guerra partigiana, le motivazioni e le circostanze che portarono molti siciliani alla scelta della resistenza armata contro l’occupante nazista furono molteplici: in alcuni casi una consapevole scelta politico-ideologica, in molti altri una mancanza di alternative, stante l’impossibilità per molti di loro di attraversare il fronte di guerra e ritornare in Sicilia. Diverse furono anche le generazioni coinvolte nella guerra antifascista, da quelle più anziane, spesso transitate da un lungo e difficile percorso di opposizione al regime, a quelle più giovani, cresciute sotto il fascismo ma pronte a recepire le parole d’ordine di riscatto provenienti dai militanti di lungo corso, per lo più membri del Partito comunista. Nonostante le biografie di questi ultimi siano già state oggetto di attenzione storiografica, anche a loro il volume dedica un ampio spazio, tratteggiandone il percorso politico tra fascismo, guerra e dopoguerra. Tra i dirigenti comunisti più noti si possono ricordare Pompeo Colajanni, sottosegretario alla guerra nei primi due governi postbellici e poi deputato regionale e nazionale; Girolamo Li Causi, segretario regionale, costituente, deputato regionale, nazionale e senatore; il latinista Concetto Marchesi, costituente e deputato nazionale.

Nell’economia del volume un ruolo importante svolgono i saggi di Vittorio Coco e Antonino Blando, volti a illustrare quello che, rispetto al tema centrale del libro, potrebbe essere definito come il “risvolto della medaglia”, ossia il ruolo svolto dai siciliani nella vicenda della Repubblica di Salò e più in generale nella parabola politica e culturale del ventennio fascista. I due saggi confermano l’ampia presa che il regime ebbe anche in Sicilia, nonché l’importante presenza a livello nazionale dei siciliani, nella pubblica amministrazione, ai vertici degli apparati di sicurezza e fra le file degli intellettuali organici al fascismo. Molti di loro diedero un importante appoggio al disegno imperiale e razzista del regime, assicurando in seguito personale qualificato nell’ambito dell’esperimento repubblichino: per citare i nomi più noti, basti ricordare il ruolo del filosofo Giovanni Gentile e del giornalista Telesio Interlandi, uno dei campioni dell’antisemitismo fascista, direttore del quindicinale “La difesa della razza”.

Il merito del volume è dunque quello di contribuire a smentire uno dei miti più duri a morire nel dibattito pubblico italiano: quello che vorrebbe la Sicilia – e più in generale il Mezzogiorno – ai margini delle vicende politiche nazionali, quasi si trattasse di una parte del Paese destinata a subire impulsi e decisioni provenienti dal centro-nord del Paese, ed estranea, per sua natura, ai grandi rivolgimenti politici e sociali dell’età contemporanea.

(in “il manifesto”, 24/4/19)

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