Salvatore Tinè

 

Il libro di Luca Cangemi, Altri confini. Il PCI contro l’Europeismo (1941-1957), è un libro importante. Importante in una duplice prospettiva, ovvero sia per la ricostruzione e riflessione storiche sulla genesi e la prima fase del processo di integrazione europea che ci propone e che costituisce lo sfondo del tema specificatamente trattato nel libro, ossia l’evoluzione della posizione dei comunisti italiani sui progetti e i processi di unificazione dell’Europa occidentale negli anni tra il 1941 e il 1957; sia per la profonda riconsiderazione critica di un periodo della storia del comunismo italiano.

Si tratta del periodo compreso tra il ’47 e la crisi del ’56, ovvero tra la fine dell’unità antifascista e l’inizio della cosiddetta “destalinizzazione”, solitamente considerato dalla storiografia, anche di orientamento “comunista” in una prospettiva sostanzialmente negativa, quando non puramente liquidatoria e che invece nella rigorosa e documentata ricostruzione di Cangemi ci appare come un periodo di importanza addirittura decisiva nella definizione di alcuni dei tratti essenziali più originali dell’identità culturale e politica del PCI di Togliatti. Lungi infatti dal configurarsi come una mera parentesi negativa nell’evoluzione del PCI verso la piena definizione di quella che all’VIII Congresso della fine del ’56 si chiamerà la “via italiana al socialismo”, i cosiddetti “anni del Cominform” appaiono segnati in questa ricostruzione da ulteriori e importanti sviluppi della strategia della “democrazia progressiva” elaborata nel periodo dell’unità antifascista, su un terreno cruciale dell’azione politica di massa del partito come quello della lotta per la pace. L’antieuropeismo del PCI togliattiano si definisce infatti in termini concretamente politici e strategici e non solo astrattamente ideologici coniugando sempre strettamente il tema della lotta per la pace a quello dell’autonomia e dell’indipendenza nazionali. Perciò, il processo di adeguamento, certo non privo di passaggi difficili e perfino drammatici, della strategia della “democrazia progressiva” alla “svolta” del Cominform, formalizzata com’è noto dalla sua riunione costitutiva a Slarska Poreba nel settembre del ’47, procederà in una sostanziale linea di continuità con le direttrici essenziali della via “democratica” e nazionale al socialismo che in pieno accordo con Stalin, Togliatti aveva fissato con la svolta di Salerno nel marzo del ’44. Nella capacità di tenere ferme quelle direttrici, pure in un contesto internazionale profondamente mutato, segnato dalla fine dell’alleanza internazionale antifascista e dalla divisione dell’Europa in sfere d’influenza contrapposte, destinati a mutarsi in breve volgere di tempo in blocchi politico-militari rigidamente cristallizzati, sta in larga parte la capacità e perfino il genio politico di Palmiro Togliatti. Ma sarà ancora una volta il rapporto con l’Unione Sovietica, il nucleo più profondo della strategia togliattiana, costantemente basata su una visione certo complessa del rapporto tra nazionale e internazionale. Se il rapporto con l’Urss era stato fondamentale nella definizione della politica dell’unità nazionale, esso è altrettanto decisivo quando la divisione dell’Europa pone il PCI di fronte alla prospettiva di una lunga guerra di posizione, costringendolo a ridefinire ancora una volta il nesso tra la sua collocazione internazionale nel campo socialista, costitutiva della sua stessa identità di partito comunista e rivoluzionario, da un lato e il terreno nazionale su cui concretamente è chiamata a svolgersi la sua effettiva azione politica e di massa. L’inizio del processo di integrazione europea si colloca esattamente in questa fase. Cangemi ci mostra come la dura opposizione ad esso da parte dei comunisti italiani, si leghi strettamente proprio alla ridefinizione del nesso tra collocazione internazionale e terreno nazionale che segna l’elaborazione strategica e l’azione politica del PCI in questa fase e che certo non è riducibile ad una mera logica di obbedienza all’Urss e a Stalin. Non a caso egli individua nel varo del piano Marshall l’inizio del processo di integrazione europea, sottolineando a questo proposito come significativamente Altiero Spinelli saluti subito nel piano di aiuti del segretario di stato americano nientemeno che “un piano complessivo di ricostruzione europea”. Un giudizio positivo addirittura entusiastico che ben si spiega nella prospettiva federalistica cara a Spinelli e che rivela in modo particolarmente emblematico un aspetto essenziale del disegno europeista che inizia a delinearsi, ovvero la sua subalternità agli USA e alla stessa logica dei blocchi. Il processo di “ricostruzione europea” ad egemonia americana rivela così molto presto la sua natura anti-comunista e anti-sovietica, ponendosi come un momento fondamentale della politica di potenza degli USA e rompendo definitivamente con le stesse originarie intenzioni degli accordi di Bretton Woods che Evgheni Varga, il principale consigliere economico di Stalin, aveva non a caso giudicato positivamente. Si realizzava quello che Stalin aveva già prefigurato in colloquio con Dimitrov in colloquio del gennaio del 1945, raccontato dallo stesso dirigente bulgaro nel suo diario: “la crisi del capitalismo si è manifestata con la divisione dei capitalisti in due frazioni: quella fascista e quella democratica. Si è verificata un’alleanza fra noi e la frazione democratica dei capitalisti, perché quest’ultima aveva interesse a non consentire il dominio di Hitler, in quanto questo duro dominio avrebbe portato la classe operaia a soluzioni estreme e all’abbattimento del capitalismo stesso. Ora siamo con una frazione contro l’altra, ma in futuro saremo contro questa frazione dei capitalisti.” Il nuovo quadro internazionale che si delinea col lancio del piano Marshall sembra esattamente lo stesso scenario che Stalin prefigurava già nel ’45. I processi di integrazione economica e politica europea avviati nel contesto di un nuovo ciclo capitalistico espansivo si legano strettamente all’egemonia degli Stati Uniti, configurandosi almeno in una prima fase come un momento fondamentale dello stesso disegno di dominio mondiale che ispira la politica internazionale di quel paese. Le contraddizioni inter-imperialistiche che secondo la celebre tesi di uno scritto di Lenin del 1915 sugli “Stati Uniti d’Europa” avrebbero impedito la formazione dell’unità politica del vecchio continente, vengono in parte riassorbite, sebbene non certo eliminate, dentro un processo di unificazione della parte occidentale del continente che finisce per investire non solo i rapporti economici tra gli stati ma anche la loro sovranità, costretta dentro i vincoli loro imposti dal protettorato americano. In questo senso l’inizio del processo di integrazione europea è fondamentale per capire l’inizio della guerra fredda e cioè la rottura dell’alleanza internazionale antifascista e la trasformazione delle zone di influenza occidentale e sovietica in blocchi politico-militari cristallizzati. E’ dentro questo contesto che si colloca e acquista senso la posizione del PCI e di Togliatti nettamente contrario al processo dell’unità europea e mirante ad una nuova ridefinizione del nesso tra nazionale e internazionale. Attraverso la categoria di doppia lealtà, particolarmente cara, com’è noto allo storico Franco De Felice, Cangemi mira a mettere in evidenza la complessità di questo nesso che così profondamente segna la politica dei comunisti in questa fase. Dentro la divisione dell’Europa in blocchi contrapposti, i processi di unificazione economica e politica della sua parte occidentale non possono non assumere una determinata connotazione di classe, configurandosi come del tutto funzionali agli interessi economici e politici dei grandi gruppi monopolistici del capitale finanziario nazionale e internazionale. L’Europa che si dice di volere unificare è quindi la sua parte occidentale, ovvero l’Europa capitalistica. E’ un punto centrale della critica addirittura feroce che Togliatti muove all’ideologia del federalismo europeo.

Ma anche in questo quadro Togliatti mantiene una linea nazionale. Il Piano Marshall  deve essere contrastato certo per il nesso organico che lo lega al processo di costruzione di un blocco occidentale e anti-sovietico ma anche denunciando le conseguenze che esso avrebbe avuto dal punto di vista degli interessi e della stessa autonomia e indipendenza nazionali dell’Italia. Il disegno europeista è quindi solo falsamente teso all’unità dell’Europa. In realtà è proprio la divisione dell’Europa e la formazione di un blocco occidentale la sostanza che si cela anche dietro le sue versioni “federaliste” apparentemente più avanzate e “democratiche”. E’ chiaro che il nuovo quadro costringe il PCI a rafforzare se stesso sul piano organizzativo e della disciplina interna. La scelta di campo viene ribadita con assoluta nettezza da Togliatti di fronte al disegno americano di egemonia mondiale che la stessa politica di “ricostruzione europea” degli USA rivela sempre più chiaramente e minacciosamente. E’ questo il senso dell’aspra critica che in una riunione del Cominform svoltasi a Matra nel novembre del 1949 Togliatti conduce contro l’astratto cosmopolitismo che ispira il progetto europeista, caratterizzato insieme dalla sua natura anti-comunista e anti-sovietica e da una sostanziale astrazione dalle differenze e dalle peculiarità nazionali. Cangemi non manca tuttavia di rilevare i tentativi del PCI di definire rispetto ad alcune delle posizioni europeiste sostenute anche da settori degli stessi partiti socialisti e laburisti un atteggiamento di maggiore apertura e non solo di mera contrapposizione frontale. Ma si tratta di tentativi presto resi impossibili dall’affermarsi di un progetto di unità europea di chiara marca moderata e conservatrice, legato all’asse franco-tedesco e alla triade democristiana Adenauer-Schumann-De Gasperi. La straordinaria ripresa economico-produttiva della Germania rimette di nuovo al centro della politica europea la questione tedesca. I piani Schumann e Pleven tentano di affrontare tale questione all’interno di un progetto europeista che appare finalizzato a porre alcune basi fondamentali di un’unità non solo economica ma anche politica dell’Europa occidentale. Dietro l’iniziativa francese tesa alla formazione di un mercato comune del carbone e dell’acciaio, che il PCI denuncia come un’operazione di copertura del riarmo tedesco, è l’Europa dei grandi gruppi monopolistici tedeschi e francesi di un settore di straordinaria importanza strategica come quello carbo-siderurgico. Alcuni economisti del PCI non esitano a individuare nella formazione di un’autorità di governo sovranazionale destinata a gestire il mercato comune in un settore economico così importante un processo di ristrutturazione monopolistica immediatamente funzionale ad un piano di guerra. I piani Schumann e Pleven e i caratteri che inevitabilmente essi conferiscono all’europeismo sembrano in questo senso confermare clamorosamente proprio quell’analisi particolarmente pessimistica e apparentemente catastrofica della fase europea e mondiale sulla base della quale i sovietici avevano motivato l’iniziativa di dare vita al Cominform. Non a caso anche nei partiti socialisti e socialdemocratici emergono posizioni di forte critica e di rifiuto dei piani Schumann e Pleven. Particolarmente significativa è l’opposizione del governo laburista alla Comunità europea del carbone dell’acciaio. Cangemi mette acutamente in rilievo non solo l’importanza di tali posizioni ma anche il loro persistente legame con alcune delle tradizioni delle socialdemocrazie europee nelle quali era stata viva, accanto ad una forte componente “internazionalistica” che non aveva mancato di ispirare perfino ipotesi di una “federazione europea” come nel caso di Karl Kautskij, una concezione del riformismo di tipo “nazionale” saldamente ancorata cioè all’idea che i poteri e le prerogative dello stato nazionale costituiscono la condizione fondamentale per condurre politiche sociali di tipo redistributivo nell’interesse dei lavoratori e nell’ambito dello stesso regime capitalistico. La tradizione comunista, che pure si costituisce sulla base di una fortissima ispirazione internazionalistica si riallaccia in fondo a questi orientamenti della tradizione socialdemocratica, ponendosi in forte continuità con essi.

Cangemi sottolinea, considerandolo particolarmente significativo della natura imperialistica del processo di integrazione europea il fatto che proprio in questa fase si assista al momento di massima convergenza dei gruppi federalisti con i governi conservatori dei maggiori stati europei. Il piano Pleven, infatti, il progetto di costruzione di un esercito integrato europeo non può che apparire a quei gruppi come una premessa fondamentale nella costruzione di una unità europea su basi sovranazionali, sul piano formale non più quindi fondata sul principio della piena sovranità dei singoli stati nazionali. Spinelli individua in questo senso nella soluzione “federalista” della CED un presupposto fondamentale per risolvere la questione tedesca, coerentemente con quel sostanziale “antistatalismo” della sua ideologia federalista la cui matrice liberale ed einaudiana viene molto acutamente messa in luce da Cangemi. In questa ottica “ideologica”, la Germania non può costituirsi come uno stato nazionale sovrano ma non può neanche essere divisa e colonizzata. Il suo ruolo fondamentale può svolgersi soltanto nel contesto della federazione europea, di contro a qualunque ipotesi o prospettiva di tipo “paneuropea”. Cangemi insiste in modo particolare sull’effettiva portata della CED sottolineando in questo senso come la posizione assunta in un primo momento dai comunisti tendente a ridurla ad un’operazione di mera copertura del riarmo tedesco, ne sminuisse l’effettiva importanza. Ma soprattutto dopo la posizione di aperto sostegno da parte del Vaticano, tale importanza comincia ad apparire evidente anche ai comunisti. L’attacco frontale al piano Pleven da parte del PCI individua nella CED un passaggio fondamentale della costruzione dell’Europa carolingia. Durissimo è l’attacco di Togliatti sia all’europeismo governativo che all’ideologia federalista che lo giustifica ed esalta. Né il fallimento della CED, sancito con la sua bocciatura da parte del parlamento francese nell’agosto del 1954, porrà fine alla critica e al rifiuto da parte del PCI ad ogni ipotesi di unità sovranazionale dell’Europa. La stessa UEO, nata in seguito al fallimento della CED, un accordo militare tra stati senza alcuna forma di sovranazionalità verrà infatti denunciato da alcuni interventi come un nuovo aperto attentato alla sovranità nazionale e alla pace.

Il ’56 assume nella ricostruzione di Cangemi un valore periodizzante non solo com’è ovvio per i grandi sconvolgimenti internazionali che lo segnano ma anche per gli sviluppi del processo di integrazione europea. Una volta consumatasi la sconfitta del disegno “federalista” della CED, tale processo continua sia pure su nuove e più realistiche basi: i Trattati di Roma istitutivi della CEE e dell’Euratom del marzo del 1957 pongono alcune premesse fondamentali dell’unità europea così come la conosciamo oggi. La ferma opposizione del PCI di Togliatti ai Trattati di Roma costituisce un fondamentale elemento di continuità del cosiddetto “rinnovamento” del PCI nel ’56 ovvero del suo approdo alla “via italiana al socialismo” con il rifiuto radicale di qualunque ipotesi “europeista” che aveva contraddistinto la strategia e l’azione politica dei comunisti italiani negli anni più duri del Cominform e della guerra fredda. Nello stesso tempo tuttavia quella opposizione si lega strettamente alla nuova concezione della lotta per il socialismo a scala mondiale che il XX Congresso del PCUS ha posto a fondamento della politica della coesistenza pacifica. Togliatti interpreta infatti tale politica in un senso nettamente anti-revisionista, ovvero come una politica in grado di costituire un terreno più avanzato della lotta di classe internazionale, in relazione all’allargarsi dei confini del campo socialista e anti-imperialista e insieme alla sua trasformazione in un sistema sempre più complesso e “policentrico”. In questa prospettiva il processo di unificazione dell’Europa capitalistica, sia per le contraddizioni inter-imperialistiche che lo attraversano e ancor più per la sua permanente subalternità all’egemonia statunitense e al suo disegno di dominio mondiale, non può che assumere un significato sostanzialmente conservatore se non apertamente regressivo e perfino reazionario. La crisi di Suez, ovvero il tentativo di Francia e Inghilterra di rilanciare una politica coloniale nel Medio-Oriente e nel Mediterraneo si inquadra anche dentro i processi di ristrutturazione monopolistica dei gruppi dominanti del grande capitale finanziario europeo. Giustamente Cangemi sottolinea la certo non casuale simultaneità del processo di maturazione dei Trattati di Roma con la crisi di Suez e la ferocia della repressione francese in Algeria. La stessa crisi ungherese destinata a concludersi, non certo a caso proprio in seguito all’aggressione imperialista di Francia e Inghilterra all’Egitto di Nasser, con la repressione sovietica della rivolta controrivoluzionaria in Ungheria si inquadra in questo passaggio drammatico della storia europea e mondiale e dimostra come la politica sovietica di coesistenza pacifica nulla tolga all’asprezza della lotta di classe internazionale e dello scontro tra il campo imperialista e il campo socialista che sia pure in forme e modi nuovi, continua a segnarla. Non a caso nella definizione della propria prospettiva internazionalista, l’elaborazione del movimento comunista internazionale mette al centro con la svolta del ’56 il tema del nuovo fondamentale ruolo dei movimenti di liberazione nazionale dei popoli coloniali e semi-coloniali nella lotta per la pace e per il socialismo individuando in essi una forza motrice dello stesso processo della “rivoluzione mondiale”. Soltanto dentro questo più vasto e complesso quadro globale diventava possibile definire il ruolo e la funzione dei partiti operai e comunisti dei paesi dell’Europa occidentale nell’ambito del movimento comunista e operaio internazionale e quindi nel processo di avanzamento verso il socialismo a scala mondiale. L’elaborazione dei comunisti italiani non manca peraltro di cogliere gli elementi di novità della fase mondiale evidenziati dagli stessi sviluppi del processo di integrazione europea. L’unità economica dell’Europa occidentale pure così fortemente criticata per le forme e gli obiettivi regressivi con cui viene imposta dai grandi monopoli con i Trattati di Roma viene nello stesso tempo assunta e analizzata come un processo “oggettivo” in quanto discendente anche dal forte sviluppo delle forze produttive che la stessa espansione monopolistica determina sia pure generando nuove e ancor più acute contraddizioni sia sul terreno economico che su quello sociale e politico. L’analisi dei nuovi caratteri sovranazionali di tale espansione spinge una parte della cultura comunista a definire un’idea di Europa e della sua stessa possibile unificazione alternativa a quella di segno regressivo e reazionario che si delinea con la nascita del MEC. Ma resta tuttavia forte, come attesta l’importante documento politico della Direzione del PCI dedicato ai trattati comunitari, la centralità della dimensione nazionale della lotta contro il potere dei grandi monopoli. Il PCI denuncia apertamente il pericolo che la ristrutturazione monopolistica finisca per trasformare l’Italia in una area economicamente depressa e individua nella difesa della sovranità e dell’autonomia nazionali un terreno fondamentale sia per la difesa delle rivendicazioni immediate della classe operaia e delle masse popolari che per la lotta mirante a spezzare il potere dei grandi monopoli e avanzare verso il socialismo.

La trattazione di Cangemi si ferma alla fine degli anni ’50 ma nell’ambito di una riflessione su alcune ricostruzioni di tipo sia politico che più strettamente storiografico delle vicende oggetto del suo libro, egli non manca di intervenire su alcuni dei nodi politici che le hanno in larga misura influenzate e condizionate. Si tratta di nodi politici che hanno investito direttamente non solo la successiva evoluzione delle posizioni del PCI sull’Europa e sull’europeismo ma anche la vicenda dei comunisti italiani nel suo complesso, ovvero la collocazione internazionale e quindi l’identità stessa del PCI già a partire dagli anni ’60 e poi ma in modo sempre più acuto e drammatico negli anni ’70 quando la posizione del PCI sull’Europa muterà completamente e infine negli anni ’80, nel decennio cioè che segnerà il declino e la fine di quel partito. In che misura il mutamento di posizione del PCI che caratterizza in modo evidente la sua evoluzione negli anni ’70 può essere fatto risalire già agli anni ’60, e addirittura agli inizi di questo decennio, immediatamente dopo la durissima opposizione ai Trattati di Roma? Ci pare significativa a questo proposito una testimonianza che possiamo leggere nel libro di Mauro Maggiorani e Paolo Ferrari, L’Europa da Togliatti a Berlinguer, particolarmente discusso nel lavoro di Cangemi. Si tratta della testimonianza di Carlo Galluzzi, secondo la quale l’inizio del lungo processo destinato a sfociare nella conversione europeista del PCI risalirebbe addirittura al convegno dell’Istituto Gramsci del 1962 sulle Tendenze del capitalismo italiano, in cui una serie di analisi e interventi avrebbero cominciato a mettere in discussione le tesi più catastrofiste sulle possibili conseguenze del MEC sull’economia italiana. Sarebbe così cominciata ad affermarsi sia pure molto prudentemente e lentamente l’idea che bisognava stare dentro le istituzioni della Comunità europea anche in vista dell’obiettivo strategico di farle saltare. Ma è lo stesso Galluzzi a sottolineare significativamente l’ambiguità insita in tale idea: tra coloro infatti che la sostenevano non mancava chi era nella sostanza favorevole alla CEE. Secondo Galluzzi sarà soprattutto dopo l’ingresso nel Parlamento europeo che una parte sempre più grande del PCI comincerà via via a convincersi della necessità dell’integrazione economica e poi della stessa unità politica dell’Europa in un’ottica non più solo anti-americana, attenta cioè ad inserirsi negli spazi aperti dalle contraddizioni tra USA ed Europa ma piuttosto in quella della piena legittimazione del PCI come forza di fatto inserita nel campo occidentale e non più parte organica del movimento comunista internazionale. Altrettanto significativo ci pare il forte rilievo che nella sintetica ma efficace ricostruzione di Galluzzi dell’approdo del PCI all’europeismo la messa in discussione della leaderschip di Togliatti nel corso del drammatico dibattito sugli esiti del XXII Congresso del PCUS nel 1961, che non a caso ruotò intorno al tema del partito col campo socialista e con l’Urss. Pur non esplicitamente ripresa nel lavoro di Cangemi, il giudizio di Galluzzi, sostanzialmente coincidente con l’ispirazione del libro di Ferrari e Maggiorani, ci pare convergere con la tesi di fondo che ispira l’intera ricostruzione di Cangemi, tesa ad evidenziare proprio nella conversione europeista del PCI uno degli elementi che più avrebbero contribuito ad accelerare nel corso degli anni ’70 non soltanto la crisi dei rapporti tra il PCI e il movimento comunista internazionale ma lo stesso declino e quindi la fine del partito di Gramsci e di Togliatti. E’ noto come la questione dell’Europa sia stata per lungo tempo nella vicenda del PCI un tema particolarmente caro alla componente di destra di quel partito, ovvero a quella parte del PCI e del suo gruppo dirigente che almeno a partire dagli anni ’70 comincia a battersi per una sempre più piena collocazione internazionale dei comunisti italiani nell’ambito dell’Occidente e per una loro mutazione “genetica” in senso riformista e socialdemocratico. E non certo a caso uno dei più prestigiosi esponenti della componente di destra del PCI, Giorgio Napolitano sarebbe diventato uno dei protagonisti fondamentali del processo di integrazione europea a partire dagli anni 90 del secolo scorso e di pieno inserimento in esso dell’Italia. Tuttavia nella complessa riflessione di Cangemi una diretta filiazione dell’europeismo di Napolitano da quello che caratterizzò la destra del PCI e in particolare lo straordinario impegno nel Parlamento europeo del suo più prestigioso esponente, Giorgio Amendola, appare tutt’altro che scontata. Cangemi sottolinea infatti piuttosto la forte influenza sull’impostazione di Napolitano della ideologia federalista di Altiero Spinelli, la cui matrice liberal-liberista ed einaudiana viene peraltro rigorosamente e acutamente ricostruita, di là dalle sue mistificanti diffuse interpretazioni di “sinistra”. Nello stesso tempo egli sottolinea il filo che lega l’iniziativa europea di Amendola, anche nel quadro pure convintamente accettato delle istituzioni comunitarie, all’idea togliattiana di una “Europa dagli Atlantico agli Urali”. Non a caso proprio il “paneuropeismo” di Togliatti e la sua persistenza nella cultura politica del PCI anche negli anni successivi alla sua conversione europeista sono oggetto di una dura critica da parte di Napolitano in una intervista che possiamo leggere nel libro di Ferrari e Maggiorani. Non possiamo tuttavia negare che vi sarebbe stata sempre una tensione destinata col tempo a mutarsi in una sempre più aperta e tuttavia irrisolta contraddizione, soprattutto nel periodo della segreteria di Berlinguer, tra l’opzione europeista del PCI e la sua tradizionale collocazione internazionale nell’ambito del campo socialista e anti-imperialista. In questo senso ricostruire l’elaborazione del PCI intorno ai temi della costruzione europea è fondamentale per comprendere la più generale e per molti versi eccezionale vicenda di questo partito e direi anche le ragioni stesse della sua fine. Una fine che giungerà al culmine di un graduale, progressivo e tuttavia tormentatissimo e per molti versi contraddittorio processo di mutazione genetica le cui più lontane premesse crediamo possano essere fatte risalire proprio alla fine degli anni ’60 e che finirà per investire insieme alla natura del suo costitutivo rapporto con l’Urss, gli stessi suoi originari caratteri internazionalisti e quindi la sua stessa identità di partito di classe e rivoluzionario. Una identità che il “rinnovamento” del PCI nel ’56 aveva saputo ridefinire e rilanciare in relazione alle straordinarie novità del XX Congresso, nonostante i limiti, ben evidenziati dallo stesso Togliatti, della cosiddetta “destalinizzazione” e i pericoli di una deriva opportunista dell’intero movimento comunista cui essa poteva condurre. La ricostruzione di Cangemi della dura opposizione del PCI togliattiano ai Trattati di Roma ci consente di capire meglio l’impostazione conseguentemente “anti-revisionista” che Togliatti seppe dare a quel necessario processo di rinnovamento del partito, che nella formulazione della via italiana al socialismo nell’VIII Congresso del dicembre 1956 avrebbe conosciuto il suo momento più alto.

Il processo di mutamente della posizione del PCI sull’Europa matura anche in relazione al mutare del quadro internazionale nel corso degli anni ’60, caratterizzato dalle difficoltà del rinnovamento avviato in Urss col XX Congresso ma anche da nuove e drammatiche contraddizioni all’interno del campo socialista, certo non più assimilabile con l’imporsi sulla scena mondiale della Cina popolare, con solo blocco orientale ad egemonia sovietica. Ma significativamente nella riflessione di Togliatti l’analisi di tali contraddizioni certo destinate a pesare a lungo e perfino a decidere dei destini stessi dell’Urss e del movimento comunista mondiale si lega strettamente ad una interpretazione del passaggio di fase tutta incentrata sul pericolo di una deriva reazionaria del mondo borghese nel suo complesso, non esente da qualche tratto pessimistico e forse perfino tragico. La formazione del MEC è in questo senso destinata secondo Togliatti non solo ad inasprire le contraddizioni inter-imperialistiche tra i maggiori paesi che ne fanno parte e e tra essi e gli USA ma anche ad imprimere un segno sempre più regressivo ed autoritario ai processi di concentrazione monopolistica e di acutizzazione della concorrenza economica tra i grandi monopoli europei ed americani. “La situazione europea è molto differenziata – scriverà il dirigente del PCI nel Memoriale di Yalta, nell’agosto del 1964, in un testo che com’è noto doveva servire da base ad una discussione col gruppo dirigente sovietico e che sarebbe invece diventato il suo testamento politico- ma prevale come elemento comune il processo di ulteriore concentrazione monopolistica, di cui il Mercato Comune è il luogo e lo strumento. La concorrenza economica americana che si fa più intensa e aggressiva contribuisce ad accelerare il processo di concentrazione. Diventano in questo modo più forti le basi oggettive di una politica reazionaria, che tende a limitare o liquidare le libertà democratiche, a mantenere in vita i regimi fascisti, a creare regimi autoritari, a impedire ogni avanzata della classe operaia, e ridurre sensibilmente il suo livello di esistenza.” Sottolineando l’acutizzarsi delle contraddizioni inter-imperialistiche, Togliatti si spingeva fino a vedere nella politica di De Gaulle un elemento fondamentale della “crisi della NATO”. Ma contemporaneamente sottolineava come si dovesse evitare di “farsi illusioni” su una possibile “autonomia” dell’Europa, al di là dell’opportunità di sfruttare ogni contraddizione dell’avversario di classe che sempre doveva caratterizzare la tattica di un partito comunista nella sua concreta azione politica. Riprendendo quasi alla lettera la tesi di Lenin sul carattere insieme “utopistico” e reazionario del progetto di federazione degli stati europei, Togliatti sottolineava insieme la permanente subalternità dell’Europa agli USA e il suo carattere di fatto imperialistico e reazionario, reso particolarmente evidente dalle tendenze neocoloniali dei suoi maggiori stati membri. “Esistono certamente-scriveva- contraddizioni che poi possiamo sfruttare a fondo; sino ad ora non appare però nei gruppi dirigenti degli Stati continentali una tendenza a svolgere in modo autonomo e conseguente un’azione a favore della distensione nei rapporti internazionali. Tutti questi gruppi poi si muovono, in un modo o nell’altro, e in maggiore o minore misura sul terreno del neocolonialismo per impedire il progresso economico e politico dei nuovi Stati liberi africani”. Almeno in parte gli sviluppi immediati della situazione internazionale nella seconda metà degli anni ’60 confermeranno la giustezza dell’analisi togliattiana. Una giustezza che appare confermata anche dal rilievo sempre più importante e perfino decisivo che la questione dell’Europa viene assumendo già sul finire degli anni ’60 nella politica mondiale. Una questione che perciò agli occhi dei comunisti italiani appare sempre più un terreno insieme di scontro con l’avversario di classe e di lotta per l’egemonia oggettivamente ineludibile. L’ingresso dei comunisti italiani nel Parlamento europeo di Strasburgo l’11 marzo del 1969 costituì così l’inizio di un rinnovato impegno del Pci sui temi europei. E forse non a caso tale inizio si collocò in uno dei momenti più difficili e delicati della storia dei rapporti tra i comunisti italiani e l’Urss, segnato dalla condanna da parte del gruppo dirigente del PCI dell’intervento sovietico in Cecoslovacchia dell’agosto 1968. Ma il sempre più chiaro delinearsi di una prospettive europeista nella politica del PCI si lega anche all’inizio dell’Ostpolitik di Willy Brandt che sembra poter aprire nuovi scenari in Europa e nel mondo nel segno della distensione tra i due blocchi ma anche in quello di una nuova visione dello stesso equilibrio bipolare. Per un verso la distensione viene correttamente letta dai comunisti italiani come la conseguenza della crisi dell’imperialismo americano già evidenziatasi particolarmente con gli sviluppi della guerra in Vietnam, per un altro verso essa sembrava delineare un nuovo quadro internazionale suscettibile di mutare non solo gli stessi equilibri interni al blocco orientale ma più in generale quelli interni al campo socialista nel suo complesso: particolarmente significativo in questo senso il riavvicinamento tra Cina e Stati Uniti nel febbraio 1972 con la visita di Nixon a Pechino dall’evidente significato anti-sovietico. Una visione al fondo incompatibile con quella sovietica che non a caso vide proprio nel superamento della crisi cecoslovacca una premessa fondamentale della stessa politica della distensione. Al di là del giudizio sulla cosiddetta “primavera di Praga” non v’è dubbio infatti che l’intervento sovietico impedì che la Cecoslovacchia rientrasse nell’area egemonizzata dalla Germania federale modificando drammaticamente a favore dell’imperialismo i rapporti di forza. Il tema dell’Ostpolitik e più in generale la prospettiva dell’apertura di un nuovo dialogo con i partiti socialdemocratici europei nel contesto della distensione erano già stati al centro della Conferenza paneuropea dei partiti comunisti e operai svoltasi a Karlovy Vari nell’aprile del ’67, la quale si era conclusa con un importante intervento del segretario del PCI, Luigi Longo, contenente una prima significativa apertura sul tema di un nuovo ruolo possibile dell’Europa occidentale nel contesto della distensione e della lotta per la pace. Iniziava così insieme ad una riflessione sul carattere oggettivo dei processi di integrazione economica internazionale, conseguenza della piena maturità dello sviluppo capitalistico a scala mondiale nell’epoca dell’imperialismo, una nuova elaborazione su un possibile ruolo positivo dell’Europa all’interno del processo di distensione, nell’ottica di un superamento graduale dei blocchi militari contrapposti. L’elaborazione del PCI si pone ancora in stretta continuità almeno formalmente con la strategia della coesistenza pacifica elaborata al XX Congresso del PCUS che Togliatti aveva posto al centro della sua concezione della via italiana al socialismo, ma è chiaro che il sempre maggiore rilievo attribuito al tema dell’unità dell’Europa occidentale conferiva al richiamo a quella strategia un diverso significato, sia nelle scelte politiche immediate che nelle prospettive future. Di qui il mutamento della posizione dei comunisti italiani sulla CEE e del loro stesso giudizio sulla sua natura e sulle effettive possibilità di una sua trasformazione in senso democratico. In una prima fase l’impegno del PCI si concentra sui temi dell’integrazione economica, in una fase del processo di unificazione che dopo la sconfitta della CED, vede ancora molto lontane le prospettive di una unificazione politica e istituzionale di tipo sovranazionale della parte occidentale del continente. Particolarmente nella visione di Amendola e del gruppo da lui diretto dei deputati comunisti al Parlamento di Strasburgo, la trasformazione in senso democratico e antimonopolista delle istituzioni comunitarie viene vista come il presupposto di un processo di unificazione di tipo paneuropeo, destinato quindi sebbene solo nel lungo periodo a coinvolgere la stessa Unione Sovietica e gli altri paesi socialisti dell’Europa orientale. Alla base di tale disegno, certo dai tempi lunghi, è in fondo ancora l’idea togliattiana di una Europa dall’Atlantico agli Urali, lontanissimo, anzi, diremmo antitetico ad ogni idea di unità europea di stampo “federalista” e occidentale. Ma non è certo in questa direzione che evolverà l’europeismo del PCI e dello stesso gruppo amendoliano. Proprio infatti negli anni della segreteria di Berlinguer si consumerà infatti il distacco dall’originaria concezione togliattiana dell’unità europea. Ben al di qua dello stesso approdo al cosiddetto “eurocomunismo”, già alla fine del 1971, in un intervento al Comitato centrale compiva un passo decisivo nell’avvicinamento ad una concezione “occidentale” dell’Europa sottolineando come il Mercato comune fosse ormai da considerarsi una realtà inaggirabile, ponendo al centro dell’azione politica dei comunisti l’impegno per una azione di modifica dei Trattati di Roma finalizzata al superamento della divisione dell’Europa anche sul piano economico. Successivamente in un intervento alla Camera nell’estate del 1972, Berlinguer si sarebbe pronunciato per un processo di unificazione europea che fosse in grado di “assicurare una posizione che sia insieme di piena autonomia e di cooperazione su basi di eguaglianza, tanto nei confronti degli Stati Uniti quanto nei confronti dell’Unione Sovietica.” Ma è nel rapporto al Comitato centrale del febbraio 1973 che la svolta, destinata a modificare completamente la tradizionale posizione togliattiana sul processo di unificazione europea, si esplicita completamente. Berlinguer vi dichiara infatti come nella “prospettiva del superamento dei blocchi, e del ricostituirsi in una forma di una presenza unitaria dell’Europa, noi dunque ci battiamo intanto per un’Europa occidentale che sia democratica, indipendente e pacifica: non sia né antisovietica né antiamericana”. Si tratta di una vera e propria svolta a partire dalla quale soltanto possiamo comprendere non soltanto la strategia nazionale del compromesso storico ma anche l’idea della “terza via”, la ricerca cioè di un nuovo modello di socialismo che fosse alternativo non solo a quello di stampo socialdemocratico ma anche a quello sovietico e quindi adeguato alle peculiarità storica dei paesi dell’Europa occidentale.

Del resto, già nel settembre del 1971, subito dopo la fine di Bretton Woods, intervenendo ad una riunione della Direzione, Berlinguer aveva sostenuto che la lettura dei due campi non era più adeguata a comprendere il mondo contemporaneo. Appare evidente come questa posizione conduceva al superamento della concezione della lotta tra capitalismo e socialismo a scala mondiale come scontro tra due campi contrapposti che nel rapporto di Zdanov alla conferenza costitutiva del Cominform aveva trovato la sua definizione destinata a divenire canonica. Più complesso e difficile è comprendere se e in che misura essa finì per condurre il PCI ad una posizione di sostanziale subalternità al campo occidentale a dispetto di quella prospettiva certo di lungo periodo di “superamento dei blocchi” in nome della quale pure si giustificava la svolta europeista. L’idea berlingueriana secondo cui il “superamento dei blocchi” devesse essere inteso non tanto come un presupposto della distensione quanto come una sua conseguenza di lungo periodo rischiava infatti di fare della NATO un fattore di pace e di mettere sullo stesso piano l’Alleanza Atlantica e il Patto di Varsavia, come non mancò di rilevare Pietro Ingrao in una riunione della Direzione del PCI della fine del 1974. Significativamente il libro di Cangemi si conclude con una riflessione critica e tuttavia non liquidatoria sulla breve ma non per questo meno decisiva esperienza dell’eurocomunismo, certo strettamente connessa agli ulteriori sviluppi che la politica europeista del PCI conoscerà nel corso degli anni ’70, ma al contempo ispirata, almeno nell’impostazione berlingueriana, all’obiettivo di trovare anche intorno all’ormai cruciale tema dell’integrazione europea, alcuni elementi di convergenza con gli altri partiti comunisti dell’Europa capitalistica. Non a caso fu proprio l’intervento di Berlinguer alla Conferenza di Bruxelles del 1974 dei partiti comunisti dell’Europa capitalistica a porre le basi teoriche dell’eurocomunismo, intesa come la ricerca di strade nuove verso il socialismo di fronte alla crisi generale del capitalismo e dell’imperialismo e sulla base dei comuni tratti peculiari che caratterizzano i paesi della parte occidentale del continente europeo. E tuttavia la maggioranza dei partiti comunisti anche in quella occasione ribadì un giudizio radicalmente negativo nei confronti della CEE, delle sue istituzioni come delle sue politiche: l’”eurocomunismo in un paese solo” secondo la felice formula dello storico Silvio Pons finì così per privare di una chiara collocazione internazionale il PCI di Berlinguer, indebolendo il potenziale politico ed egemonico delle stesse straordinarie battaglie di massa per la pace e per il disarmo che ne avrebbero caratterizzato soprattutto l’ultima fase, nonostante le resistenze ad esse opposte dalla componente riformista del partito. Lo stesso dialogo con la socialdemocrazia che costituì l’altro pilatro dell’europeismo berlingueriano diventerà sempre più difficile dopo le dimissioni di Brandt dal governo nel 1974 e l’avvento del cancelliere Helmut Schmitt. La distensione, che certo era nell’interesse sia dei paesi socialisti che dei partiti comunisti dei paesi capitalistici, si inseriva in un contesto mondiale pur sempre segnato da quella che i sovietici continuavano giustamente a definire la “lotta di classe internazionale”, tutt’altro che tendente ad affievolirsi in quella fase. Si gettavano così definitivamente le basi per quella unità europea di stampo nettamente regressivo e conservatore, del tutto funzionale agli interessi dei settori più aggressivi del grande capitale finanziario europeo, che avrebbe assunto la sua forma definitiva dopo il crollo del Muro di Berlino e la tragica sconfitta del campo socialista.

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