Marco Paciotti

 

La testimonianza di Hans Modrow, storico dirigente della SED e ultimo capo del governo della Repubblica Democratica Tedesca, viene tradotta per la prima volta in italiano da Manuel Guidi, in un testo pubblicato da Mimesis in occasione del trentennale della caduta del muro di Berlino[1]. Il libro suscita interesse in virtù della sua distanza prospettica dalla retorica dominante, che lo rende un contributo significativo alla discussione sulla fine del socialismo reale nella sua variante tedesco-orientale.

L’autore è mosso da una serie di domande: «la forma sovietica del socialismo era destinata a finire nel modo in cui finì o c’erano delle reali possibilità per un autentico rinnovamento? Questo tipo di socialismo, cui Stalin aveva dato forma, doveva per forza tramontare per rendere possibile la nascita di un socialismo democratico, o sarebbe stato possibile che si riformasse ricorrendo unicamente alle sue forze? Un socialismo democratico, come progetto e come obiettivo, può essere sviluppato solo a partire dal capitalismo reale nella sua forma odierna? Era necessario innanzitutto tornare indietro per poter ripartire nel modo “giusto”?». Si tratta di questioni ineludibili se si ritiene che i processi storico-sociali debbano essere governati politicamente e non lasciati fluire in una ottimistica visione evoluzionista e giustificazionista della storia. «La storiografia – afferma Modrow nell’introduzione – ci insegna che non c’è mai un’unica strada possibile e che quella percorsa non è per forza sempre la migliore».

Il percorso intrapreso dall’autore segue tre direttrici essenziali. In primo luogo, viene rivelata la vaghezza politica e la contraddittorietà della perestrojka[2] gorbacioviana. Modrow descrive numerose situazioni in cui il segretario generale del Pcus tradisce l’assoluta mancanza di orientamenti e di strategie di attuazione concreta dei suoi propositi riformatori, ridotti così a meri artifici retorici. Stride inoltre con l’altro caposaldo della politica gorbacioviana, la glasnost (= trasparenza), la carente – se non totalmente mancante – collegialità della sua azione, sia nei confronti del nucleo dirigente dell’Unione Sovietica, sia nei confronti dei paesi alleati. Di Gorbačëv emerge una figura pressapochista, disattenta, precipitosa, impreparata sul piano strategico come su quello tattico, che tenta di compensare goffamente i suoi limiti ricorrendo a vuote forme di leaderismo carismatico[3].

In secondo luogo, viene passata in analisi la condotta della dirigenza sovietica in relazione alla gestione della questione tedesca. La riflessione di Modrow si dipana a partire da un duplice presupposto: 1) la fine della Repubblica Democratica Tedesca non era inevitabile; 2) una volta innescato, tale processo non doveva necessariamente concludersi così come si è concluso. L’autore mette in luce il contrasto tra Gorbačëv e Honecker, al quale non risparmia critiche condivisibili. Il longevo segretario generale della SED si mostra totalmente sordo di fronte alle esigenze di rinnovamento dei sistemi socialisti dell’Europa orientale, e finisce per accompagnare impotente il suo paese verso un declino che avrebbe finito per screditare il socialismo in quanto tale di fronte alla maggioranza dei suoi cittadini. Dal suo canto, la direzione gorbacioviana commette il grave errore di lasciare una ormai indebolita Ddr isolata e in balia degli eventi: Gorbačëv si dimostra meglio disposto verso Helmut Kohl che verso gli esponenti del partito gemello della Germania est. Conseguenza di tale “disattenzione” è che il progetto redatto da Modrow per un accordo confederale tra due stati sovrani, in grado di salvaguardare l’esistenza della Ddr, viene scavalcato dai disegni della Germania federale. La dirigenza gorbacioviana si astiene da ogni azione politica energica volta quantomeno a salvare il salvabile, e non fa nulla per spingere verso la neutralità militare della nuova Germania. La Wiedervereinigung si risolve sic et simpliciter nell’incorporazione dei territori orientali da parte della Germania federale[4] e nell’estensione ad essi dell’apparato militare in capo alla NATO. È il primo tassello di una politica che porterà l’alleanza militare atlantica a espandersi ulteriormente a est, fino ai confini della Russia: «la DDR e gli altri paesi socialisti non sono stati semplicemente traditi o venduti da Mosca. La grande potenza sovietica ha trascurato di rappresentarne gli interessi con coerenza e perseveranza. Interessi che in definitiva erano anche i suoi. Tuttavia, almeno nel suo fallimento, Mosca fu coerente: nemmeno gli interessi dei popoli dell’Unione Sovietica furono seriamente rappresentati. La fine dell’URSS fu una logica conseguenza».

Proprio la dissoluzione dello stato nato dalla rivoluzione d’ottobre costituisce la terza direttrice del volume. Ad essa corrisponde l’esautoramento di Gorbačëv, ormai incapace di esercitare ogni peso politico e surclassato dall’ascesa del nuovo leader Boris El’cin, con il quale la Russia avrebbe conosciuto una ulteriore spirale degenerativa. La perestrojka si risolve definitivamente in una katastrojka.

A rendere di particolare interesse le riflessioni e i giudizi di Modrow sugli eventi qui sommariamente enucleati è l’apertura auto-critica dell’ex premier della Repubblica Democratica Tedesca. Egli, pur nell’ottica di una severa critica delle modalità improvvisate e acefale in cui furono perseguiti i propositi riformatori, non disconosce l’effettiva esigenza di un rinnovamento sistemico dei paesi del socialismo reale. In sostanza, Modrow rifiuta di conferire un alone di necessità al nesso perestrojka-dissoluzione e si innesta - pur senza nominarlo esplicitamente - nel solco della riflessione di György Lukács, che qualche decennio prima aveva lucidamente evidenziato l’esigenza di una spinta per la «democratizzazione della vita quotidiana» nei paesi socialisti. In particolare, l’auto-critica si concentra su due limiti fondamentali dell’esperienza del socialismo in Europa orientale, ovvero il mancato rispetto degli aspetti formali della democrazia, che vanno integrati in una prospettiva socialista e non immediatamente e rozzamente negati, e la scarsa attenzione verso il tema della proprietà. Per quanto riguarda il tema del deficit di libertà formale, la necessaria riflessione critica non dovrebbe d’altro canto obliare il nesso tra l’irrigidimento in senso dispotico dei paesi socialisti e lo stato d’assedio permanente che essi si trovano a fronteggiare sin dall’indomani della presa del potere. Nella riflessione di Modrow, che si sofferma piuttosto sui limiti teorico-soggettivi della dirigenza sovietica, tale elemento risulta carente. Per quanto riguarda invece il secondo tema, quello della proprietà individuale, esso presuppone l’esigenza di dedicare alle riforme introdotte nella Repubblica Popolare Cinese nell’era della direzione di Deng Xiaoping una maggiore attenzione rispetto a quanto fatto finora dalla sinistra occidentale. Ad ogni modo, si tratta di due punti inaggirabili se si desidera rilanciare un’iniziativa politica in senso socialistico al passo con i tempi e in grado di fare tesoro delle conquiste e degli errori del passato. È una prospettiva auto-critica che riteniamo condivisibile, se non si vuole ridurre la comprensione storica all’esaltazione acritica e nostalgica del passato.

 

 

[1] Hans Modrow, La perestrojka e la fine della DDR. Come sono andate veramente le cose, Mimesis, Milano-Udine 2019.

[2]Lo stesso termine perestrojka, in italiano “riforma”, è testimone di tale vaghezza: una riforma senza ulteriori declinazioni non sembra dire molto sul proprio contenuto.

[3]Nonostante tale ritratto a tinte fosche, Modrow evita attentamente di ricorrere al concetto di “tradimento”, il quale - pur ammissibile ai fini della polemica immediatamente politica - risulta scarsamente utile come categoria per la comprensione storiografica.

[4]Ciò ha condotto alcuni studiosi a parlare di annessione; cfr. V. Giacchè, Anschluss. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa, Imprimatur, Reggio Emilia 2013.

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