Luca D’Errico

 

Occorre una certa sensibilità per presentare figure particolarmente discusse, dalle vite pericolose e pericolanti, venute dal nulla ed emerse alla fama mondiale. Per questo tipo particolare di figure si sprecano studi critici, si indagano i minimi dettagli biografici, si scava nel profondo degli archivi per trovare anche quello che in realtà tante volte non c’è. Molto spesso, a ricerche del genere manca un elemento importantissimo: quella particolare capacità di ricomporre la visione d’insieme che rende una biografia diversa da una semplice raccolta di date e di eventi, riuscendo a cogliere l’essenza di una vita proprio nel rapporto dialettico tra esperienza individuale e contesto generale, storico e culturale dell’epoca in cui questa vita ha vissuto.

Probabilmente, scrivere la storia di un uomo, non più presente tra noi, richiede, oltre alla buona volontà di interessarsi alle vicende che lo collocano storicamente, anche una certa particolare fantasia, che renda capace di rivivere quelle vicende come se vi fosse reale partecipazione, come se si trattasse di raccontare e seguire da vicino colui di cui si parla. Quando ciò avviene, le figure assumono contorni molto più vividi e presenti.

Stalin, nato Iosif Džugašvili, è uno di quei personaggi che, a causa delle infinite dispute derivanti più che dall’osservazione obiettiva da contrastanti pregiudizi ideologici, rischia di esistere ancora unicamente in versione stilizzata: salvatore dell’umanità oppure paranoico criminale sanguinario.

Sia chiaro: chi ha scritto Stalin. Il minotauro e la cipolla[1] non aveva intenzione di fare da paciere. Non può essere questo il risultato quando si parla onestamente di un personaggio caratterizzato da un rude pragmatismo, il cui prezzo politico è senza dubbio difficile da misurare. Si potrà dunque, anche dopo aver letto, continuare a giudicare arbitrariamente sui “se” e i “ma” della storia o magari addirittura decidere che, nonostante tutto, questo trentennio di avvenimenti di portata mondiale debba essere condannato senza processo. Ma in questa battaglia disarmata e disarmante tra tifosi e detrattori, questo testo è in grado di chiarire molti aspetti della disputa, concedendo la possibilità di prendere posizione con più consapevolezza. Una consapevolezza che, come si segnala, è mancata quando si rese necessario dirsi anche tra compagni se si fosse a favore o contrari alla condotta di Stalin.

Magari senza che importi più quanto una volta, senza che questo spacchi partiti e collettivi, o che sia terreno di scontro politico tra destra e sinistra, questi dibattiti in realtà avvengono ancora con la stessa enfasi e lo stesso bisogno di venire a capo di cosa sia successo, perché propedeutico alla comprensione del mondo in cui si vive oggi e si vivrà domani.

Pare dunque che da questa esigenza di sapere e capire emerga questo testo per Edizioni Clichy, il quale consta di una biografia di Stalin a cura di Virginia Pili, ricercatrice, e un dialogo tra Pilade Cantini e Guido Carpi, professore di letteratura russa all’Università “L’Orientale” di Napoli. Un format molto valido che la casa editrice ha proposto anche per molti altri personaggi entrati a far parte dell’immaginario storico collettivo ma dei quali si fa fatica a determinare concretamente la portata storica. Il caso di Stalin è veramente tra i più emblematici, soprattutto perché mobilita tanto le nicchie quanto i “tuttologi”. In qualche modo si è attratti da certe figure per curiosità storica, per interesse nella politica, ma anche da motivi di carattere culturale se non addirittura psicologici.

Virginia Pili e Guido Carpi sembra che abbiano colto proprio questo modo di percepire la figura del personaggio storico carismatico ai nostri tempi ed abbiano voluto formare per il lettore un quadro complessivo ed esplicativo.

La biografia di Pili non manca di rilevare aspetti dell’educazione ricevuta dal giovane Iosif in Georgia, da una madre apprensiva e un padre severo, che lo destinarono allo studio in seminario dal quale sfuggì diventando lettore di testi proibiti e quindi ribelle. Da lì a poco, distributore di propaganda bolscevica, più volte arrestato ma tornato protagonista nel momento più opportuno, quello in cui la presenza negli organismi politici della vittoriosa Rivoluzione d’Ottobre gli aprirà lo spazio necessario per l’imminente carriera politica, la cui evoluzione è ben più nota.

Dopo lo studio biografico, è Carpi che attraverso le domande di Cantini prova a delineare un ritratto complessivo di questa figura ricorrendo a due metafore. La prima, quella di “minotauro”, serve a testimoniare in che modalità particolare ci giunge la figura di Stalin, perché al capo sovietico non tocca la parte dell’eroe, la cui razionalità perfettamente leggibile potrebbe dar vita ad un proprio “epos”, quanto quella del mostro enigmatico, che riunisce elementi di progresso alla violenza primordiale, tanto nella sua figura quanto nella società da lui plasmata. L’altra figura metaforica è quella di “cipolla”, per dire che, per quanto si provi a farlo, chiunque parta con l’atteggiamento conoscitivo di giungere al cuore, all’“essenza” della vita di Stalin rimarrà se non deluso quantomeno sorpreso dal fatto che gli parrà impossibile riuscirci, in quanto troverà in realtà una sovrapposizione di elementi dietro ai quali se ne celano altri. Elementi che non si spiegano a vicenda ma che coesistono e compongono la figura complessiva.

“Stalin è una figura cruciale di molte storie, di molti «cammini»: la storia del Novecento, la storia della Russia e la storia del movimento operaio”, afferma Carpi nella prima risposta a Cantini, e ciò fa sì che ci si trovi ad affrontarla all’interno di tante analisi. Si parla dell’influsso che determinate scelte hanno avuto sulla vita di milioni di cittadini russi da un punto di vista materiale ed economico; si discute dell’influenza che ha avuto Stalin nella cultura ufficiale russa ma anche nelle culture, sottoculture e controculture di tutta Europa; si sottolinea il confronto con Trockij e cosa abbia significato la vittoria politica che portò alla supremazia all’interno del partito; ci si domanda quale tipo di Unione Sovietica sia stata plasmata in seguito alle decisioni assunte dal Comitato Centrale. Si affrontano dunque le più svariate questioni e i dubbi che possono emergere dal rapportarsi intellettualmente all’epoca in cui Stalin agì: la possibilità di vedere tale personaggio non solo ricostruito storicamente ma anche attualizzato costituisce senza dubbio un pregio del testo.

Apprezzabile all’interno del volumetto la sezione “Parole ed immagini”, che alterna repertorio fotografico e manifesti dell’epoca con brevi scritti e aforismi su Stalin. Il materiale è raccolto tanto tra i sostenitori quanto tra gli antagonisti di Stalin e dell’URSS e può essere particolarmente utile ad entrare vivamente nella temperie culturale che ne caratterizzò la vita e l’azione.

Insomma, si ha a che fare con un testo che mette a disposizione del lettore una serie di elementi sui quali poter fondare il proprio giudizio. Ma che consente anche di andare oltre: di riconsiderare gli elementi ancora vivi di questa vicenda umana e politica in tutta una serie di nuove narrazioni.

 

[1] Stalin. Il minotauro e la cipolla, a cura di Pilade Cantini, Guido Carpi e Virginia Pili, Edizioni Clichy, Firenze, 2019, ISBN: 978-88-6799-625-4.

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