Gabriele Repaci
L’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York e i successivi risultati ottenuti dai candidati legati ai Democratic Socialists of America hanno segnato uno dei momenti più significativi nella storia recente della sinistra statunitense. Dopo avere conquistato la guida della maggiore città degli Stati Uniti, Mamdani ha consolidato la propria influenza sostenendo una serie di candidati progressisti e socialisti nelle primarie democratiche del giugno 2026.
A New York, la lista appoggiata dal sindaco ha sconfitto due deputati uscenti e il candidato sostenuto dall’apparato del partito in un collegio rimasto vacante; contemporaneamente, candidati riconducibili ai Democratic Socialists of America hanno ottenuto affermazioni anche in Colorado, Pennsylvania, California e nel Distretto di Columbia. Questi risultati mostrano come il socialismo abbia cessato di rappresentare, nel dibattito politico statunitense, il tabù che era stato per gran parte della Guerra fredda e ancora nei primi decenni successivi alla sua conclusione.
La vittoria di Mamdani non è stata il prodotto improvviso dell’abilità di un singolo candidato. Essa è stata preparata da un lungo processo politico iniziato con il movimento Occupy Wall Street, proseguito attraverso le campagne presidenziali di Bernie Sanders del 2016 e del 2020 e rafforzato dall’elezione al Congresso di Alexandria Ocasio-Cortez e di altri esponenti della nuova sinistra statunitense. Lo stesso DSA ha interpretato l’affermazione di Mamdani non come il successo personale di un dirigente, ma come il risultato di un movimento socialista radicato nel lavoro di decine di migliaia di militanti, volontari e piccoli finanziatori. La crescita organizzativa registrata nel 2026, accompagnata da nuovi successi elettorali e dall’espansione del capitolo newyorkese, conferma almeno in parte questa interpretazione.
È alla luce di questi sviluppi che acquista un particolare interesse la lettura di Sfidare il capitalismo di Bernie Sanders. Originariamente pubblicato negli Stati Uniti con il titolo It’s OK to Be Angry About Capitalism da Crown nel 2023, il volume è apparso in Italia l’anno successivo nella traduzione di Nazzareno Mataldi, con una prefazione di Fausto Bertinotti: Bernie Sanders, Sfidare il capitalismo, trad. di Nazzareno Mataldi, prefazione di Fausto Bertinotti, Fazi Editore, Roma, 2024, 420 pp. L’edizione italiana consente al lettore di identificare il libro non soltanto come un manifesto politico, ma anche come il bilancio di un ciclo storico che ha modificato profondamente il linguaggio e l’immaginario della sinistra statunitense.
Sanders non è un teorico e Sfidare il capitalismo non è un trattato di critica dell’economia politica. È un libro americano, profondamente radicato nella storia, nelle contraddizioni e nelle tradizioni politiche degli Stati Uniti. Il suo autore si muove dentro un orizzonte nel quale il socialismo non viene presentato come importazione europea né come negazione della promessa americana, ma come tentativo di realizzarla. L’argomentazione si richiama alla Dichiarazione d’indipendenza, al costituzionalismo democratico, alla tradizione radicale del movimento operaio, al New Deal, alla lotta per i diritti civili e alla proposta rooseveltiana di affiancare ai diritti politici una vera carta dei diritti economici.
Il volume è, nello stesso tempo, una ricostruzione delle campagne presidenziali del 2016 e del 2020, una denuncia dell’oligarchia statunitense e un programma di trasformazione sociale. Sanders parte da un interrogativo politico preciso: perché una parte consistente della classe lavoratrice americana, dopo avere votato due volte per Barack Obama, ha scelto Donald Trump? La risposta rifiuta l’interpretazione secondo cui l’elettorato trumpiano sarebbe composto esclusivamente da razzisti, sessisti e reazionari irriducibili. Senza negare la presenza di questi elementi, Sanders individua la radice del fenomeno nella stagnazione dei salari, nella deindustrializzazione, nella perdita di posti di lavoro sindacalizzati, nell’indebitamento, nell’impossibilità di accedere alla sanità e all’istruzione e nel senso di abbandono prodotto dalla trasformazione del Partito Democratico in una formazione sempre più dipendente dai grandi finanziatori e dai ceti professionali urbani.
In questa interpretazione, Trump ha potuto presentarsi come difensore dei lavoratori perché i democratici avevano cessato di esserlo in modo riconoscibile. Le comunità colpite dalla chiusura delle fabbriche, dalla crisi degli oppioidi e dalle cosiddette «malattie della disperazione» hanno visto alternarsi amministrazioni democratiche e repubblicane senza che mutassero le proprie condizioni materiali. Il paradosso consiste nel fatto che un miliardario ostile ai sindacati e favorevole alla riduzione delle imposte sui grandi patrimoni ha potuto occupare lo spazio politico lasciato libero da un partito che aveva progressivamente abbandonato il mondo del lavoro. Sanders non assolve il trumpismo, ma ne fornisce una spiegazione sociale: la destra autoritaria cresce quando la rabbia prodotta dal capitalismo non trova un’organizzazione politica autonoma e viene incanalata contro i settori più vulnerabili della società.
Da questo punto di vista, la categoria centrale del libro è quella di oligarchia. Sanders descrive una società nella quale la concentrazione della ricchezza ha raggiunto livelli tali da trasformarsi direttamente in concentrazione del potere politico. I miliardari non costituiscono semplicemente il vertice di una distribuzione diseguale del reddito. Essi rappresentano una classe dotata di capacità proprie di intervento sulle elezioni, sulla legislazione, sui media, sull’organizzazione del lavoro e sulle scelte strategiche dello Stato. La formula «i miliardari non dovrebbero esistere» non è dunque un’esclamazione moralistica contro il lusso individuale, ma la sintesi di una tesi politica: una società democratica non può sopravvivere quando alcuni individui dispongono di risorse superiori a quelle di intere comunità e possono convertirle in potere istituzionale.
Sanders insiste in particolare sul ruolo assunto da grandi società finanziarie come BlackRock, Vanguard e State Street, presenti nell’azionariato di quasi tutte le maggiori imprese statunitensi. La concentrazione finanziaria non viene descritta soltanto in termini patrimoniali, ma come una forma di controllo diffuso sull’intera economia: banche, industria, trasporti, agricoltura, comunicazioni e grande distribuzione. Il capitalismo americano appare così dominato da un numero ristretto di soggetti che, pur non esercitando sempre una direzione immediata sulle singole imprese, possiedono una capacità di orientamento sistemico. La concorrenza formale tra società differenti coesiste con una crescente centralizzazione della proprietà e del potere decisionale.
Questa diagnosi presenta evidenti punti di contatto con la teoria marxiana della concentrazione e della centralizzazione del capitale. Sanders non ricostruisce tuttavia il processo attraverso le categorie del valore, del plusvalore e dell’accumulazione. Il suo punto di partenza è prevalentemente politico e morale: la distanza tra la promessa democratica degli Stati Uniti e una realtà nella quale una minoranza detiene una quota sproporzionata delle risorse sociali. La formazione dell’oligarchia viene presentata come risultato di decisioni politiche, deregolamentazioni, riduzioni fiscali, indebolimento dei sindacati e subordinazione dello Stato agli interessi delle grandi imprese. Rimane sullo sfondo la questione se tali fenomeni siano una degenerazione correggibile del capitalismo americano o l’espressione necessaria delle sue tendenze immanenti.
Sanders individua nella sentenza Citizens United v. Federal Election Commission del 2010 una svolta decisiva. Identificando la spesa politica con una forma di libertà di espressione protetta dal Primo emendamento, la Corte suprema ha favorito la crescita dei super-PAC, comitati politici autorizzati a raccogliere e spendere somme praticamente illimitate per sostenere o contrastare candidati e campagne elettorali. Il voto del cittadino formalmente uguale convive così con una capacità enormemente diseguale di influenzare la formazione dell'opinione pubblica, selezionare i candidati e condizionare le scelte legislative.
Sanders documenta il ruolo svolto da grandi finanziatori repubblicani e democratici, soffermandosi su figure come Sheldon Adelson e Michael Bloomberg. L’aspetto più importante, tuttavia, non consiste nei singoli nomi, ma nel carattere trasversale del finanziamento capitalistico. Wall Street, le industrie farmaceutiche, le compagnie assicurative, i produttori di combustibili fossili e le imprese legate alla difesa distribuiscono contributi a entrambi i partiti. Non acquistano necessariamente la fedeltà a un’ideologia, ma l’accesso al processo decisionale. Milioni di dollari investiti nelle campagne possono produrre miliardi in agevolazioni fiscali, commesse pubbliche, deregolamentazioni o esclusione di clausole sfavorevoli da un provvedimento legislativo.
La campagna di Sanders viene presentata come il tentativo di rompere questo meccanismo. Milioni di piccole donazioni, per un valore medio inferiore ai venti dollari, permisero di costruire una candidatura presidenziale nazionale senza ricorrere a raccolte di fondi nelle abitazioni dei miliardari e senza affidarsi ai super-PAC. Per Sanders, non si possono ricevere grandi assegni dagli amministratori di imprese antisindacali e contemporaneamente promettere una riforma del diritto del lavoro; allo stesso modo, non si può dipendere dai grandi patrimoni e poi costruire un sistema fiscale capace di ridimensionarne il potere. Il finanziamento dal basso non è dunque soltanto una tecnica organizzativa, ma una condizione dell’autonomia politica.
È precisamente su questo terreno che la critica dell’oligarchia si collega alle condizioni materiali della popolazione. La concentrazione della ricchezza e la cattura della politica non rimangono fenomeni separati dalla vita quotidiana. Esse determinano l’accesso alla salute, all’istruzione, alla casa, alla pensione e al lavoro. Il volume acquista qui la sua maggiore efficacia, perché alterna dati generali e storie individuali, mostrando come strutture apparentemente astratte entrino direttamente nell’esperienza delle persone.
Il caso più approfondito è quello del sistema sanitario. Sanders lo definisce un «non-sistema enormemente complesso, burocratico e frammentato», formato dalla sovrapposizione di programmi pubblici, assicurazioni private, piani legati al posto di lavoro, sussidi federali e livelli di copertura differenti. Il Medicaid assiste una parte della popolazione a basso reddito, ma varia considerevolmente da uno Stato all’altro e non garantisce sempre l’accesso effettivo a medici e dentisti, anche a causa dei bassi rimborsi. Il Medicare offre una copertura importante agli ultrasessantacinquenni, ma lascia fuori o affida a piani privati settori come le cure odontoiatriche, gli ausili uditivi e quelli visivi. L’Affordable Care Act ha ampliato la copertura e introdotto sussidi per l’acquisto di assicurazioni, ma non ha eliminato premi, franchigie, co-pagamenti e differenze tra i diversi livelli di protezione.
Questa frammentazione non è soltanto amministrativamente inefficiente. Essa introduce una condizione permanente di incertezza. Il diritto alle cure dipende dall’età, dal reddito, dal luogo di residenza, dal rapporto di lavoro, dal piano acquistato e dalla rete di medici accettata dall’assicurazione. La perdita del posto può comportare la perdita della copertura; una malattia grave può generare un indebitamento destinato a durare per anni; persino la scelta di chiamare un’ambulanza o recarsi al pronto soccorso può essere condizionata dal timore di ricevere un conto insostenibile.
Il Medicare for All proposto da Sanders mira a superare questo mosaico attraverso un sistema federale universale, finanziato pubblicamente e privo di premi, franchigie e pagamenti al momento della prestazione. La copertura comprenderebbe cure ospedaliere e ambulatoriali, medicina preventiva, farmaci, salute mentale, maternità, pediatria, assistenza domiciliare e a lungo termine, odontoiatria, vista e udito. Il passaggio sarebbe graduale: estensione immediata di alcune prestazioni, inclusione dei minori, progressiva riduzione dell’età di accesso e copertura universale al termine del periodo di transizione.
Sanders insiste sul fatto che il Medicare for All non limiterebbe, ma amplierebbe la libertà di scelta. Nell’attuale sistema, le reti assicurative stabiliscono quali medici e ospedali possano essere utilizzati; in quello proposto, il paziente potrebbe scegliere direttamente la struttura e il professionista. L’universalizzazione della sanità eliminerebbe inoltre il legame tra assicurazione e datore di lavoro, riducendo la dipendenza dei lavoratori dall’impresa e permettendo loro di cambiare occupazione senza mettere a rischio la salute della famiglia. Per gli operatori sanitari diminuirebbe il tempo dedicato alla burocrazia assicurativa; per le piccole imprese verrebbe meno l’onere di negoziare piani costosi; per l’intera economia si ridurrebbero le spese amministrative di un sistema che assorbe risorse enormi senza produrre risultati proporzionati.
La forza dell’analisi non risiede però soltanto nella comparazione tra modelli assicurativi. Sanders mostra che la disuguaglianza sanitaria è una manifestazione della disuguaglianza di classe. Nella contea di McDowell, in Virginia Occidentale, l’aspettativa di vita maschile indicata nel volume è di sessantaquattro anni; nella ricca contea di Fairfax, in Virginia, raggiunge gli ottantadue. Cinquecentosessanta chilometri separano due territori nei quali la distanza sociale si traduce in diciotto anni di vita. Nella riserva di Pine Ridge, nel Dakota del Sud, l’aspettativa di vita maschile è di circa quindici anni inferiore rispetto alla vicina Rapid City. La posizione occupata nella struttura sociale determina dunque non solo il reddito, il consumo o l’accesso ai servizi, ma la probabilità stessa di vivere o morire.
Questa prospettiva oltrepassa la questione sanitaria in senso stretto. La salute dipende dalla qualità dell’aria e dell’acqua, dalla sicurezza del lavoro, dalla disponibilità di alimenti adeguati, dalla stabilità abitativa, dall’accesso all’istruzione e dal livello di stress prodotto dall’insicurezza economica. Il capitalismo non interviene sulla salute soltanto attraverso la mercificazione delle cure, ma attraverso l’organizzazione complessiva delle condizioni di esistenza. Le comunità operaie, povere, nere e native americane risultano più esposte all’inquinamento, alle sostanze tossiche e all’assenza di strutture sanitarie adeguate.
Altrettanto importante è il tema del lavoro. Sanders ricostruisce il lungo processo di stagnazione salariale, delocalizzazione industriale e riduzione del potere sindacale che ha colpito la classe lavoratrice statunitense. Gli accordi di libero scambio sostenuti dalle amministrazioni democratiche, a partire dal NAFTA approvato durante la presidenza di Bill Clinton, vengono interpretati come una rottura del rapporto storico tra il Partito Democratico e ampi settori del lavoro organizzato. Il partito ha preteso di rappresentare contemporaneamente Wall Street e i lavoratori, senza riconoscere il carattere antagonistico dei loro interessi. Il risultato è stato l’allontanamento di una parte dell’elettorato operaio e popolare, successivamente conquistato dalla destra.
Il sindacato occupa per Sanders una posizione centrale, ma non sufficiente. Esso dà voce ai lavoratori sul luogo di lavoro e nella società, organizza la contrattazione collettiva e contrasta l’arbitrio padronale. Sanders rivendica apertamente la propria scelta di campo nella lotta tra classe lavoratrice e classe capitalistica e ricorda la propria partecipazione ai picchetti e agli scioperi. Tuttavia, il volume va oltre la difesa del sindacalismo tradizionale. Propone una democrazia economica nella quale i lavoratori partecipino alla direzione delle imprese, siedano nei consigli di amministrazione e possano sviluppare forme cooperative e collettive di proprietà. Il Reward Work Act, sostenuto da Sanders insieme alla senatrice Tammy Baldwin, prevedeva che un terzo dei membri dei consigli di amministrazione delle società per azioni fosse eletto dai dipendenti.
Il limite di questa proposta è evidente: la partecipazione minoritaria dei lavoratori agli organi societari non modifica la proprietà dei mezzi di produzione né elimina il comando del capitale. Essa può tuttavia rappresentare un terreno di conflitto e di organizzazione, soprattutto in un paese nel quale la democrazia industriale è rimasta storicamente più debole che in alcune esperienze europee. Sanders tende a presentare la cogestione, il cooperativismo e l'azionariato dei lavoratori come elementi di una trasformazione graduale dell'economia, senza tuttavia definire con chiarezza il passaggio dal controllo parziale alla socializzazione effettiva della produzione.
L’istruzione costituisce un altro campo nel quale l’uguaglianza politica formale entra in contraddizione con la disuguaglianza economica. L’accesso alle università dipende dal reddito familiare e produce un indebitamento che condiziona per decenni la vita dei giovani. Il debito studentesco non è semplicemente un costo individuale, ma un meccanismo attraverso cui il capitale finanziario si appropria di una parte del reddito futuro del lavoro qualificato. La proposta di rendere gratuite le università pubbliche e cancellare o ridurre fortemente il debito studentesco si inserisce pertanto nella più ampia affermazione dell’istruzione come diritto sociale.
Lo stesso vale per la casa, l’assistenza all’infanzia, la pensione e l’alimentazione. Sanders riprende la distinzione formulata da Franklin Delano Roosevelt tra diritti politici e diritti economici. La libertà di parola, di culto e di associazione rimane incompleta se una persona non dispone del diritto effettivo a un lavoro, a un’abitazione, alle cure mediche e all’istruzione. La libertà individuale richiede sicurezza e indipendenza economica. In questa prospettiva, la democrazia non può essere ridotta alla partecipazione elettorale, ma deve estendersi alla distribuzione delle risorse necessarie a una vita dignitosa.
La politica fiscale rappresenta lo strumento principale attraverso cui Sanders intende ridimensionare il potere dell’oligarchia e finanziare i diritti sociali. Il volume propone una tassazione fortemente progressiva dei grandi patrimoni e delle successioni, la chiusura delle scappatoie utilizzate dai trust dinastici, il contrasto al trasferimento dei profitti nei paradisi fiscali e il ripristino di aliquote più elevate sulle società. Sanders richiama l’esperienza storica del New Deal e del secondo dopoguerra, quando le aliquote marginali sui redditi più alti erano molto superiori a quelle contemporanee senza impedire la crescita economica.
L’obiettivo della tassazione non è soltanto raccogliere risorse, ma limitare la formazione di un potere privato incompatibile con la democrazia. Qui l’argomentazione si avvicina a quella già formulata da Theodore Roosevelt contro i «baroni ladri»: l’accumulo estremo di ricchezza produce un potere economico capace di subordinare lo Stato. Sanders radicalizza questa intuizione, ma continua a concepire la fiscalità come lo strumento fondamentale per correggere la distribuzione senza affrontare fino in fondo il rapporto sociale che genera l’accumulazione.
Anche la crisi climatica viene ricondotta alla struttura oligarchica. Le grandi imprese dei combustibili fossili conoscevano da decenni gli effetti delle emissioni sull’atmosfera, ma hanno occultato le informazioni e finanziato campagne dirette a seminare dubbi, difendendo profitti immediati a costo di compromettere le condizioni di vita future. Il cambiamento climatico non è quindi il risultato di un comportamento umano astratto, ma di un sistema nel quale le decisioni sull’energia sono concentrate nelle mani di imprese private responsabili verso gli azionisti e non verso la società.
Il Green New Deal proposto da Sanders combina transizione ecologica, investimenti pubblici, piena occupazione e riconversione industriale. La questione ambientale viene così sottratta alla contrapposizione tra lavoro e clima: la trasformazione del sistema energetico dovrebbe creare occupazione stabile, proteggere le comunità colpite dalla chiusura delle industrie inquinanti e trasferire il costo della transizione sulle imprese che hanno tratto profitto dalla crisi ecologica.
Il volume dedica attenzione anche al militarismo e alla spesa per la difesa. Sanders contrappone alle risorse destinate al complesso militare-industriale la carenza di fondi per sanità, istruzione, casa e contrasto al cambiamento climatico. Gli Stati Uniti, sostiene, dovrebbero investire nella diplomazia, nella prevenzione dei conflitti e nella cooperazione internazionale, invece di mantenere un apparato militare superiore a quello delle maggiori potenze concorrenti considerate nel loro insieme. La critica rimane tuttavia meno sviluppata rispetto a quella economica interna e non giunge a una teoria sistematica dell’imperialismo. Il rapporto tra capitale finanziario, proiezione militare, controllo dei mercati e politica estera è evocato, ma non organicamente ricostruito.
Una volta illustrate le conseguenze sociali dell'oligarchia, Sanders affronta la questione delle istituzioni. La sua tesi è che la democratizzazione dell'economia richieda anche una profonda riforma dell'assetto costituzionale statunitense. Pur riconoscendo che la Costituzione del 1787 rappresentò un documento di straordinaria innovazione per la propria epoca, l'autore ritiene che alcune delle sue istituzioni risultino oggi inadeguate a garantire un'effettiva rappresentanza democratica. Il primo bersaglio della sua critica è il Collegio elettorale, il sistema attraverso cui viene formalmente eletto il presidente degli Stati Uniti. Poiché il presidente non è scelto direttamente dal voto popolare nazionale, ma dai grandi elettori attribuiti a ciascuno Stato, può accadere che un candidato ottenga milioni di voti in più del proprio avversario e tuttavia perda le elezioni, come è avvenuto nel 2000 e nel 2016. Sanders critica inoltre la struttura del Senato, nel quale ogni Stato elegge due senatori indipendentemente dalla popolazione. Di conseguenza, Stati scarsamente popolati come Wyoming o Vermont dispongono della stessa rappresentanza della California, che conta una popolazione decine di volte superiore. Infine, l'autore dedica ampio spazio alla Corte Suprema, composta da nove giudici nominati a vita dal presidente con l'approvazione del Senato. Secondo Sanders, l'ampiezza dei suoi poteri e la durata illimitata del mandato attribuiscono a un numero ristretto di magistrati un'influenza decisiva su questioni politiche fondamentali, come il finanziamento delle campagne elettorali, il diritto di voto e l'aborto.
Sanders propone quindi di abolire il Collegio elettorale, ripensare la rappresentanza del Senato, limitare il potere della Corte suprema e rafforzare il diritto di voto. Queste proposte mostrano che il suo progetto non si riduce all’ampliamento dello Stato sociale. Egli intende costruire una democrazia politica più rappresentativa e una democrazia economica fondata sui diritti sociali, sull’organizzazione sindacale e sulla partecipazione dei lavoratori.
La genealogia teorica di questo progetto è prevalentemente americana. Eugene Debs rappresenta la tradizione del socialismo americano, radicata nel movimento operaio, nell'antimilitarismo e nella centralità della classe lavoratrice. Franklin Delano Roosevelt incarna il New Deal e l'idea che la libertà politica richieda sicurezza economica. Henry Wallace rappresenta l'ala più avanzata del progressismo statunitense e il tentativo di collegare democrazia, giustizia sociale e cooperazione internazionale. Martin Luther King Jr., soprattutto negli ultimi anni della sua vita, consente di unire la lotta contro il razzismo alla critica della povertà, del militarismo e del capitalismo.
Sanders si colloca dunque in una tradizione che attraversa il socialismo americano, il progressismo rooseveltiano e il movimento per i diritti civili. Non distingue sempre con precisione questi filoni, né affronta le tensioni esistenti tra essi. Debs mirava alla costruzione di un partito socialista indipendente; Roosevelt cercava di salvare e riformare il capitalismo; King tendeva verso una critica sempre più radicale dell’intero ordine sociale. Nel libro, queste differenze vengono ricomposte dentro una medesima narrazione democratica nazionale.
Proprio qui emergono, insieme ai meriti, i limiti dell’opera. Sfidare il capitalismo possiede una notevole forza documentaria e comunicativa. Sanders rende comprensibili meccanismi complessi attraverso esempi concreti, collega la concentrazione della ricchezza alla crisi democratica e mostra come le disuguaglianze penetrino nella salute, nell’istruzione, nel lavoro e nella durata stessa della vita. Il libro contribuisce inoltre a restituire dignità politica alla categoria di classe, per decenni espulsa dal linguaggio pubblico statunitense. Sanders parla esplicitamente di conflitto tra classe lavoratrice e classe capitalistica e conclude che è necessario smettere di avere paura di contestare il capitalismo.
La critica rimane tuttavia prevalentemente fenomenica. Sanders descrive con grande efficacia la concentrazione della ricchezza, la subordinazione della politica al denaro e la mercificazione dei diritti sociali, ma non ricostruisce le leggi che governano il modo di produzione capitalistico. La figura del miliardario tende talvolta a sostituire quella del capitale come rapporto sociale. L'oligarchia appare composta da individui e imprese eccessivamente potenti, mentre resta meno sviluppata l'analisi del processo attraverso cui la proprietà privata dei mezzi di produzione, lo sfruttamento del lavoro salariato e l'accumulazione generano necessariamente concentrazione e centralizzazione.
Il problema non consiste nell'assenza di un lessico marxista. Sanders non avrebbe bisogno di citare Marx o di adottarne esplicitamente il linguaggio per sviluppare un'analisi materialistica del capitalismo. Il limite risiede piuttosto nella tendenza a presentare l'oligarchia come una deviazione da un capitalismo democratico possibile. Per Marx, la concentrazione non è un'anomalia prodotta dall'avidità di alcuni soggetti, ma una tendenza strutturale dell'accumulazione. La concorrenza elimina o assorbe i capitali più deboli; l'aumento della scala produttiva richiede masse crescenti di capitale; il credito accelera la centralizzazione; il profitto si fonda sull'appropriazione del plusvalore prodotto dal lavoro. La personalizzazione moralistica del problema rischia quindi di oscurare il rapporto sociale che rende possibile l'esistenza stessa dei miliardari.
Un secondo limite riguarda la teoria dello Stato. Sanders descrive correttamente la cattura delle istituzioni da parte dei grandi finanziatori, delle lobby e delle imprese. Lo Stato appare tuttavia come una struttura originariamente neutrale, successivamente deformata dal denaro e recuperabile attraverso riforme elettorali, costituzionali e fiscali. Come insegna invece la tradizione marxista, lo Stato moderno costituisce la forma politica dei rapporti capitalistici, non semplicemente un'istituzione occupata dall'esterno dalla borghesia. Anche in presenza di suffragio universale e libertà politiche, esso garantisce la proprietà privata dei mezzi di produzione, il rapporto di lavoro salariato e le condizioni generali dell'accumulazione del capitale.
Ciò non significa che le riforme istituzionali proposte da Sanders siano prive di valore. L'abolizione del Collegio elettorale, la democratizzazione del Senato, la limitazione del potere della Corte Suprema e la riforma dei finanziamenti elettorali rappresenterebbero indubbiamente importanti conquiste democratiche. Esse non possono tuttavia essere identificate con il superamento del potere di classe. Una repubblica più rappresentativa può ampliare gli spazi della lotta politica e facilitare l'organizzazione del movimento dei lavoratori, ma non elimina automaticamente il dominio capitalistico sulla produzione.
Il limite strategico più rilevante riguarda il rapporto con il Partito Democratico. Sanders denuncia ripetutamente la dipendenza del partito da Wall Street e dai grandi finanziatori, la responsabilità delle amministrazioni democratiche negli accordi di libero scambio e l’abbandono della classe lavoratrice. La soluzione proposta consiste tuttavia nel trasformare il partito dall’interno, spostandolo verso un modello socialdemocratico o laburista e conquistandone gli organismi attraverso la mobilitazione della base.
Questa strategia ha prodotto risultati importanti. Le campagne di Sanders hanno modificato il programma democratico, legittimato proposte un tempo considerate impronunciabili e permesso l’elezione di una nuova generazione di candidati socialisti. Anche i successi dei DSA e di Mamdani sono stati ottenuti prevalentemente attraverso le primarie democratiche. Sarebbe quindi sbagliato liquidare questa tattica come priva di efficacia.
Rimane tuttavia la contraddizione fondamentale. Il Partito Democratico non è un partito operaio riformista paragonabile ai partiti socialdemocratici o laburisti europei nati dal movimento sindacale. È uno dei due partiti storici della borghesia statunitense, privo di un’iscrizione di massa stabile, di una disciplina programmatica e di un legame organico con la classe lavoratrice. La sua struttura permette ai candidati socialisti di utilizzare la linea elettorale democratica, ma nello stesso tempo li sottopone a un sistema dominato dagli apparati, dai grandi finanziatori e dalle istituzioni dello Stato capitalistico.
Il movimento dei lavoratori ha bisogno della propria indipendenza politica. Non si supera il capitalismo rimanendo permanentemente ospiti di un partito liberale; lo si supera costruendo un'organizzazione autonoma della classe lavoratrice, capace di rappresentarne gli interessi senza subordinarsi a una forza nata per amministrare il capitalismo. La questione non è immediatamente elettorale. In un sistema maggioritario e presidenziale come quello statunitense, la costruzione di un terzo partito incontra ostacoli enormi. Ma l'assenza di una prospettiva di autonomia rischia di trasformare una tattica contingente in una subordinazione permanente.
La stessa storia richiamata da Sanders offre un termine di paragone. Eugene Debs non cercò di trasformare il Partito Democratico, ma contribuì alla costruzione del Socialist Party of America. La sua concezione della democrazia dal basso implicava l’autorganizzazione indipendente dei lavoratori. Sanders ne riprende il linguaggio di classe e la critica al culto della personalità, ma non la conclusione organizzativa. Qui passa la distanza tra socialismo democratico statunitense contemporaneo e marxismo classico: il primo tende a concepire il Partito Democratico come un terreno trasformabile; il secondo insiste sulla necessità di un partito politico autonomo della classe lavoratrice.
Questo rilievo non annulla il valore di Sfidare il capitalismo. Il volume costituisce un contributo significativo al dibattito sul socialismo democratico negli Stati Uniti e alla rilegittimazione, nello spazio pubblico americano, di categorie come classe, oligarchia, sindacato, diritto alla salute e democrazia economica. Mostra a milioni di lettori che la precarietà, l'indebitamento e l'assenza di cure non sono fallimenti individuali, ma conseguenze di un determinato ordine sociale. Costruisce inoltre un ponte tra la tradizione socialista e settori della popolazione che difficilmente si riconoscerebbero in un linguaggio rivoluzionario o esplicitamente marxista.
Gli sviluppi politici successivi alla pubblicazione ne confermano l’importanza. L’elezione di Mamdani, i successi dei candidati sostenuti dai DSA e la diffusione di programmi fondati sul controllo degli affitti, sulla sanità universale, sulla tassazione dei ricchi, sui servizi pubblici e sui diritti dei lavoratori mostrano che la «rivoluzione politica» invocata da Sanders ha prodotto effetti reali. Nello stesso tempo, la scelta di operare quasi esclusivamente dentro le primarie democratiche rende ancora più urgente il problema che il libro non risolve: come trasformare una corrente elettorale progressista in una forza politica autonoma della classe lavoratrice.
Sfidare il capitalismo deve dunque essere letto sia come documento di una svolta storica sia come espressione dei limiti del socialismo democratico americano. La sua forza consiste nell’avere spezzato il consenso costruito attorno all’idea che il capitalismo statunitense non avesse alternative. Il suo limite consiste nel non definire fino in fondo il soggetto, l’organizzazione e il processo attraverso cui quelle alternative potrebbero superare i rapporti capitalistici di produzione. Sanders ha riaperto la questione socialista negli Stati Uniti. Spetta ora al movimento nato anche grazie alle sue campagne decidere se limitarsi a spostare a sinistra il Partito Democratico o costruire, nel corso delle lotte, l’indipendenza politica della classe lavoratrice.
