Angelo Baracca e Marinella Correggia (*)

 

Ci fu chi parlò di «seconda superpotenza mondiale»: il 15 febbraio 2003 milioni di persone scesero in piazza in quasi tutti i paesi del pianeta, simultaneamente, per dire no alla guerra di Bush Blair e valvassori contro l’Iraq, «no alla guerra per il petrolio e per gli affari». Quell’esperienza di rivolta pacifica planetaria, epica ma senza successo (non fu fermata nemmeno una bomba), non si è ripetuta in occasione di successive guerre di aggressione diretto o per procura, né per altre emergenze, ambientali e sociali.

Oggi è il movimento dei giovani per il clima e per un’esistenza futura a dilagare come uno tsunami – metafora non casuale – in tutto il pianeta.

Impegnarsi contro il caos climatico e – allo stesso tempo – opporsi alle guerre e al complesso militar industriale dovrebbe essere un’ovvietà. Il raggiungimento dell’obiettivo primario di zero emissioni è impossibile senza includere il complesso militar-industriale, le sue basi territoriali, i suoi eserciti e il suo risultato più tragico: le guerre di aggressione, gli interventi umanitari responsabili di devastazioni ambientali, vittime umane e spostamenti di popolazione. incalcolabili. Aeree e terrestri. Un carrarmato e un cacciabombardiere fanno guerra anche al clima.

Eppure, non solo i governi presenti al Climate Action Summit dell’Onu non hanno fatto parola dell’argomento bellico (nascosto sotto il tappeto anche nei negoziati annuali, le Cop), ma anche a livello di movimenti di massa per il clima, manca la contestazione delle attività militari in tutti i loro sensi. L’antimilitarismo dovrebbe imporsi fra gli ecomilitanti insieme al concetto di carbon bootprint (impronta climatica degli scarponi militari): l’impatto climalterante di energivori sistemi d’arma, basi e apparati, aerei, navi, carri armati, eserciti; soprattutto durante gli interventi bellici veri e propri.

Secondo il rapporto A Climate of War. The war in Iraq and global warming (http://priceofoil.org/2008/03/01/a-climate-of-war/ ), i primi quattro anni di pesantissime operazioni militari in Iraq dal 2003 hanno provocato l’emissione di oltre 140 milioni di tonnellate di gas serra (CO2 equivalente), più delle emissioni annuali di 139 paesi. Lo studio Pentagon Fuel Use, Climate Change, and the Costs of War (https://watson.brown.edu/costsofwar/files/cow/imce/papers/2019/Pentagon%20Fuel%20Use,%20Climate%20Change%20and%20the%20Costs%20of%20War%20Final.pdf) di Neta Crawford della Boston University nell’ambito del progetto Cost of war, analizza il consumo di carburante nelle guerre Usa «antiterrorismo» post-11 settembre (non dimentichiamo che l’Italia è corresponsabile avendo partecipato). Dal 2011 al 2017: la stima al ribasso, per il solo consumo di combustibile, arriva all’emissione di 1,2 miliardi tonnellate di gas serra (CO2 equivalente). Ma queste stime non comprendono la produzione di armi e il suo zaino ecologico e climatico, né l’impatto sul clima e sull’ambiente delle distruzioni massicce di infrastrutture, case, servizi, tutto da ricostruire. Milioni di tonnellate di cemento (fra le produzioni industriali più energivore), combustibili per i macchinari ecc. Un cappio al collo del pianeta, come sintetizzava l’appello «Stop the Wars, stop the warming» lanciato dal movimento World Beyond War (Wbw) alla vigilia della Conferenza sul clima di Parigi (2015): «L’uso esorbitante di petrolio da parte del settore militare statunitense serve a condurre guerre per il petrolio e per il controllo delle risorse, guerre che rilasciano gas climalteranti e provocano il riscaldamento globale. È tempo di spezzare questo circolo: farla finita con le guerre per i combustibili fossili, e con l’uso dei combustibili fossili per fare le guerre».

Stesso tono nel rapporto Demilitarization for Deep Decarbonization (https://www.ipb.org/wp-content/uploads/2017/03/Green_Booklet_working_paper_17.09.2014.pdf) curato da Tamara Lorincz per l’International Peace Bureau (Ipb): «Ridurre il complesso militar-industriale e ripudiare la guerra è una condizione necessaria per salvare il clima, destinando le risorse risparmiate all’economia post-estrattiva e alla creazione di comunità resilienti». Si consideri anche – dice Lorincz – che per avere speranze, «l’80-90% dei combustibili fossili dovrebbe rimanere sottoterra», dunque «tutto quello che viene estratto andrebbe usato per la transizione a un sistema a zero emissioni, non per i militari».

Il più studiato è il complesso militar-industriale statunitense, che certo è l’imputato principale (solo 35 paesi al mondo consumano più energia fossile di quest’entità. Ma gli altri paesi sono complici).

Lo scorso luglio, Wbw ha presentato un nuovo rapporto, The US military and climate change (https://worldbeyondwar.org/wp-content/uploads/2019/07/impact.pdf ), nel quale si visualizza, grazie al calcolatore di emissioni, il confronto fra l’impatto climatico dei consumi per usi civili e quello di un mezzo di trasporto grigioverde. Nel libro The Green Zone. The Environmental Costs of Militarism (2009), l’ex docente di storia delle idee Barry Sanders riporta un calcolo impressionante: l’esercito Usa, strumenti connessi, contribuirebbe da solo ad almeno il 5% delle emissioni di gas serra totali; a questo vanno aggiunti gli eserciti, le armi e le operazioni degli altri. Le spese militari mondiali (gli Usa fanno la parte della tigre) sono arrivate a 1,74 trilioni di dollari nel 2017, secondo il Sipri di Stoccolma. Trilioni traducibili in un’enormità di tonnellate di gas serra. Trilioni per distruggere.

I militari si occupano di clima, ma non certo per produrre meno armi e fare meno guerre. Il libro The Secure and the Dispossessed. How the Military and Corporations are Shaping a Climate-Changed World (Pluto Press) curato da Nick Buxton e Ben Hayes illustra le strategie del settore militare e delle multinazionali per gestire i rischi (anche con la geoingegneria che pretenderebbe di attenuare gli effetti del riscaldamento globale senza la necessaria drastica riduzione delle emissioni). Il fine è proteggere pochi in nome della sicurezza escludendo i non privilegiati. In barba alla giustizia climatica. Del resto il National Defense Authorization Act (Ndaa) per il 2018 firmato dallo stesso Donald Trump si preoccupa della «vulnerabilità delle installazioni militari ai prossimi eventi climatici» e la US Navy ha pubblicato un manuale sulle tecniche di resilienza grigioverde. Loro sono preparati.

Anche la Nato, nella «Wales Summit Declaration» (http://www.europarl.europa.eu/meetdocs/2014_2019/documents/sede/dv/sede240914walessummit_/sede240914walessummit_en.pdf) che concludeva nel 2014 una riunione del North Atlantic Council (organo decisionale dell’Alleanza), vede fra i cambiamenti climatici uno dei fattori che hanno e avranno un «impatto sulla sicurezza ambientale» e che possono «interessare in modo significativo la pianificazione e le operazioni della Nato». La quale si impegna non certo a estinguersi o quantomeno a non far più guerre ma a migliorare la propria efficienza energetica…Ma come farà il settore militare ad affrontare una vera transizione post-fossile? Improbabile che le guerre del futuro si facciano con cacciabombardieri a pannelli solari, carri armati a idrogeno e successiva ricostruzione degli edifici con balle di paglia e canapa.

E non finisce qui. Il settore militare non solo inquina ma contamina, trasfigura, rade al suolo. Il destino della Terra e del mondo è nelle mani delle armi» (Barry Sanders). Le attività militari sono responsabili di molte forme di inquinamento e danni alla salute delle popolazioni: dai metalli pesanti per finire all’uranio impoverito, e anche al torio per la sperimentazione di razzi nei poligoni di tiro. Non meno grave è l’occupazione di territori che dovrebbero essere adibiti a coltivazioni o altre attività umane utili, e che invece rimangono gravemente e permanentemente contaminati dalle attività militari. Come esempio sono noti – ma i procedimenti giudiziari sono insabbiati – i danni alla salute umana e degli animali, e ovviamente all’ambiente, dei poligoni di tiro in Sardegna, regione che detiene il record di servitù militari in Italia. In molti casi si inquinano anche le fonti idriche, come sottolineano i pacifisti tedeschi che lottano per la chiusura della base di Ramstein (hanno anche presentato un piano per la sua eco-riconversione).

Uranio impoverito: i casi riconosciuti di tumori (e di decessi) che hanno colpito i soldati italiani che servirono all’estero hanno superato i 300. Ovviamente poco si sa sull’aumento di tumori e malattie a danno delle popolazioni vittime degli indiscriminati attacchi militari, e che ovviamente non hanno canali per ricorrere alla giustizia o ottenere risarcimenti (il Tribunale per la ex Jugoslavia archiviò le denunce contro la Nato).

C’è da aggiungere che le spese militari (oltre 1.700 miliardi di dollari a livello mondiale, in Italia 80 milioni di euro al giorno) sono risorse sottratte agli investimenti sociali e alla riconversione verso un’economia equa ed ecologica.

E poi, il nucleare militare. La fine della civiltà umana per la minaccia dello sconvolgimento del clima potrebbe avvenire a causa di una «scorciatoia»: una guerra nucleare, anche con l’uso di un numero ridotto delle armi nucleari ancora esistenti (quasi 15.000) e operative (quasi 5.000) causerebbe per la sola emissione di polveri e detriti (anche senza contare le distruzioni dirette e il fall-out radioattivo e le sue conseguenze sanitarie) un drastico oscuramento, e conseguente raffreddamento dell’atmosfera terrestre, un cosiddetto «inverno nucleare» con drastici danni all’agricoltura e drammatiche carestie. Le simulazioni indicano che una guerra nucleare fra India e Pakistan (costantemente sull’orlo di un conflitto) che esplodano la metà dei loro arsenali nucleari, circa 260 testate complessive, potrebbe causare fino a 2 miliardi di vittime. Non per nulla, la rete Peace and Planet e l’International Peace Bureau organizzano a New York il prossimo aprile la conferenza mondiale «Abolire le armi nucleari; affrontare la crisi climatica; per la giustizia economica e sociale».

Le mobilitazioni in Italia dovrebbero chiedere al governo di firmare e ratificare il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari approvato dall’Onu il 7 luglio del 2017.

 

 

(*) da http://www.labottegadelbarbieri.org/; in versione ridotta è stato pubblicato sul quotidiano “il manifesto” del 27 settembre.

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