Michele Mezza

Le rivolte dei no vax che stanno punteggiando occupando la scena nel paese, in questo scorcio di estate del 2021, hanno almeno il merito di non permettere che il tema della pandemia rimanga soffocato da apparenti contese scientifiche o tecniche.

I nodi da sciogliere che sono sul tappeto sono almeno due: da una parte la persistenza del fenomeno infettivo, la sua endemicità, che si sta affermando, che rende sempre più necessario rivedere le categorie di base della nostra società alla luce delle cautele e dei comportamenti indotte dal virus; dall’altro lato si propone una nuova versione della contrapposizione individuo/Stato, alla luce di una antropologia sociale riformulata da 50 anni di rete e dalla profonda e performante azione delle potenze del calcolo che mediante il controllo delle relazioni socio economiche mediate da piattaforme profilanti, reinventano la cifra dell’individualismo, dotandolo di ambizioni e ambiguità che non è facile collocare tutte nel campo reazionario.

Siamo in questa estate del 2021 alla terza finestra che l’andamento altalenante di Covid 19 ci ha fatto vivere: dopo la tarda primavera del 2020, quando si parlò di virus morto, o nel gennaio del 2021, con la concretizzazione della speranza dei vaccini, oggi avevamo appena pregustato i primi effetti di una vaccinazione che si estendeva ad ampi strati sociali, con il crollo dei contagi e soprattutto dei ricoveri e dei decessi. La frustata della variante Delta ci riporta crudelmente ad una realtà che avevamo voluto esorcizzare.

La pandemia che stiamo vivendo, lo scrive anche Andrea Crisanti nel libro anche abbiamo scritto proprio alle primissime avvisaglie della terza illusione, Caccia al Virus (Donzelli) “non è una crisi che possa al suo termine ripristinare tempi e modi della nostra vita ma una transizione che si sta accompagnando in un mondo che non conosciamo”.

La pandemia è la transizione non un fattore di un più ampio processo di trasformazione, che comunque era in atto prima dell’esplosione del contagio, ma che sta mutando connotati e dinamiche proprio per l’innesto di un processo che tende ad assomigliare per la sua caratteristica e capacità di formattazione dell’ambiente sociale ad uno dei fenomeni ondulatori descritti dal teorico delle onde cicliche in economie, il russo Nicolaj Dimitrovich Kondratiev. I suoi studi spiegano, numeri alla mano, come “il capitalismo porta con sé i germi della sua distruzione, come teorizzato da Marx, ma è sempre in grado di autorigenerarsi assumendo nuove forme e dimensioni, seguendo un ciclo la cui durata è compresa tra i 50 e i 70 anni”.

Una visione che pur rimanendo fondamentale per la scienza economica, è sempre stata invece ignorata dalle culture della sinistra, sempre attratte, nelle diverse accezioni e matrici, dalle scorciatoie delle teorie del tracollo naturale del sistema.

La dinamica e sistematicità della diffusione di Covid 19 ci suggeriscono oggi di essere agli inizi di una nuova fase dell’economia di mercato in cui la potenza di calcolo, combinandosi con i vincoli sanitari indotti dal virus stia generando una nuova marca di capitalismo distanziato e intermediato da piattaforme e sistemi virtuali.

Una prospettiva che mira non a condizionare ma a sostituire la politica come l’abbiamo conosciuta, adattando la democrazia ad un modello sociale emergenziale che sposta dal consenso alla decisione il motore istituzionale.

La partita che si sta giocando oggi non è molto dissimile da quella che andò in scena esattamente un secolo fa, in quel decennio degli anni 20 del 900 che Wolfram Einlenberger definì con il suo testo limpidissimo Il tempo degli Stregoni (Feltrinelli). In quegli anni la disputa fra i grandi filosofi dell’ultima supremazia culturale europea (Heidegger, Cassirer, Wittgenstein e Benjamin) determinò l’egemonia della borghesia distruttiva e reazionaria che avrebbe poi condotto il mondo nella fornace della seconda guerra mondiale.

Il nodo allora, come oggi, era la natura del potere, la composizione delle forze che sono abilitate ad esercitarlo, gli interessi e i valori che lo debbono giustificare.

La fragile idea della democrazia universale venne attaccata dalla seduzione di una preventiva difesa della centralità del comando europeo sul mondo insidiata dalla potenza sorgente americana e dall’eversione minacciata dalla Russia Sovietica.

Ma a rimpolpare le fila delle destra più estrema, fu la disperata adesione di larghe masse in cerca di un qualche riconoscimento. Quello che Hanna Arendt spiega magistralmente nel suo saggio sui totalitarismi scrivendo “fu il momento in cui le plebi irruppero nella storia anche a costo della propria distruzione “.

Le piazze dei no vax ripropongono quella disperazione, “anche a costo della propria distruzione “.

Marco Revelli coglie questa ambiguità quando scrive su Il manifesto: “quelle piazze non sono riducibili solo a quell’anima nera, sono molto più eterogenee, trasversali, articolate, coacervo di sentimenti contraddittori, e per questo tanto più preoccupanti, perché parlano di una «crisi della ragione» più vasta. Di un disorientamento più diffuso, se in tanti sentono di doversi mobilitare per danneggiare sé e gli altri, credendo di difendere giustizia e libertà”.

Siamo ad un tornante in cui la democrazia sembra solo una tecnicalità delle élites, e la scienza un privilegio dei ricchi. Su questi accoppiamenti la sinistra non parla, si nasconde dietro ai decreti governativi, e si limita ad esecrare gli orrori di quelle proteste reazionarie, senza mettere mano al magma infuocato che sta bruciando la nostra vita.

Non basta avere ragione. Non è sufficiente saper usare i numeri.

Paolo Giordano, abilissimo a trasformare i numeri in narrazione all’indomani di quelle manifestazioni contro i vaccini, sul Corriere della sera, reclama “un minimo teorico” per discutere della materia. Bisogna sapere per contestare. Un atteggiamento che sembra fatto apposta per riempire quelle piazze. “Voltare le spalle alle forze distruttive del secolo non serve a nulla“, ammoniva la Arendt nella sua anatomia del nazismo.

Bisogna guardarli in faccia e cogliere quel passaggio emotivo e di interessi che vede cospicue aree popolari muoversi in una direzione opposta alla democrazia.

Scrive ancora Paolo Giordano dando voce al partito razionale: “È quindi il pensiero che va corretto prima di tutto il resto, prima di affrontare ogni discussione politico-giuridica sugli obblighi e i pass, ma anche prima di prendere le nostre decisioni personali. Il minimo teorico pandemico prevede che abbandoniamo, una volta per tutte, il ragionamento binario, e accogliamo al suo posto quello statistico. Perché non è vero che i vaccini impediscono la trasmissione del virus e non è vero che non la impediscono. La bloccano (come bloccano la malattia grave e i decessi) in una certa percentuale. Similmente, non è mai stato vero che il virus risparmia del tutto certi gruppi e ne massacra altri: è vero in una certa percentuale. Qualsiasi deroga da questa complessità costituisce una ipersemplificazione, dovuta all’ignoranza o alla malafede, e porta a conclusioni sbagliate”.

Tutto vero, ma basta la statistica a spostare il senso comune di quelle plebi? E’ un puro calcolo quello che può convincere segmenti sociali intermedi, schiacciati fra un globalismo economico ed una lontananza del potere ad accettare vincoli e costrizioni?

Il motore reale di questo impasto di populismo vandeiano, antistatalismo reazionario e libertarismo individualista, è un’inedita versione anti-mercantile della destra. Una versione che ha letto Polany quando spiega che “la finzione dell’utilità non prendeva in considerazione il fatto che lasciare al mercato il destino delle terre e delle persone sarebbe stato equivalente ad annichilirle” (La Grande Trasformazione). In questo buco nero del dominio mercantile, si introduce la potenza di calcolo che crea una dicotomia fra libertà e conoscenza, come spiega Shoshanna Zuboff nel Capitalismo della sorveglianza (Luiss, Roma 2018) “la conoscenza che oggi prende il posto della libertà ha dei proprietari. La conoscenza è loro, mentre la libertà la perdiamo noi “.

E’ questo lo spazio che sta dando forma ad una destra della convergenza, una destra dove populismo reazionario e movimenti libertari e irredentisti si saldano in una spinta anti-istituzionale.

Lo stato, che era il totem conservatore e autoritario, diventa invece ostaggio dei dispositivi scientifici e tecnologici e spinge la destra su versanti comunitari. Identità, localismi, antiglobalizzazione, lotta ai gigantismi economici diventano i temi di una declinazione politica eversiva che spiazza la sinistra.

Per non voltare le spalle alle forze distruttive del secolo bisogna riprendere in mano il nodo del potere.

La pandemia è una straordinaria lente d’ingrandimento di questo ragionamento. Da qui bisogna partire, non considerandola un accidente da cui liberarsi appena possibile.

Siamo alle prese, come ci dice il direttore di Lancet, Richard Horton, con una sindemia, ossia un fenomeno strettamente connesso con le sperequazioni sociali e gli squilibri ambientali. Scrive Horton: “Due categorie di malattie interagiscono all'interno di popolazioni specifiche: l'infezione con la sindrome respiratoria acuta grave coronavirus 2 (SARS-CoV-2) e una serie di malattie non trasmissibili (NCD). Queste condizioni si raggruppano all'interno dei gruppi sociali secondo modelli di disuguaglianza profondamente radicati nelle nostre società. L'aggregazione di queste malattie su uno sfondo di disparità sociale ed economica esacerba gli effetti negativi di ogni singola malattia. COVID-19 non è una pandemia. È una sindrome. La natura sindacale della minaccia che affrontiamo significa che è necessario un approccio più sfumato se vogliamo proteggere la salute delle nostre comunità”.

La pandemia diventa endemica proprio come fenomeno sociale, che vede la sua origine e la sua linea di contrasto non tanto nelle soluzioni emergenziali, quali sono i vaccini, indispensabili ma non sufficienti, quanto in pratiche di riorganizzazione della convivenza sociale che spostano le linee di equilibrio di condivisione del patto sociale.

La destra vuole usare il disagio per rompere il vincolo della democrazia: la sinistra non può solo limitarsi a difendere questa democrazia, ma deve riprogrammare un modello che attacchi le ambizioni totalitarie dei monopoli del calcolo e elimini le cause della sindemia.

Il nemico principale è oggi quell’intreccio di saperi, apparati e capitali che mediante l’efficienza delle relazioni individuale mira a sostituire lo stato come convenzione pubblica della democrazia, e eliminando ogni occasione ed esperienza di negoziato sociale, e spingendo ai margini quote sempre maggiore di popolazione. E’ questa in realtà il modo in cui si sta avverando la profezia di Polany che abbiamo citato sopra, in cui il grande economista annuncia l’annichilimento di natura e persone per il dominio del mercato sulla società. Al centro del lavoro dell’autore de La Grande Trasformazione era ancora il capitalismo manifatturiero, della sovrapproduzione.

La Zuboff mette nel mirino il successore di quel potere industriale, la cosidetta risposta delle élites illuminate ai limiti dello sviluppo industriale, che viene ormai riconosciuto anche a Wall Street: “se la civiltà industriale ha prosperato a spese della natura e ora minaccia di distruggere la terra, una civiltà dell’informazione, dettata dal capitalismo della sorveglianza potrà prosperare solo a spese della natura umana, minacciando di distruggere la nostra umanità”.

Questo capitalismo della sorveglianza, che include le domande di ecologia e sostenibilità, per stabilizzare i nuovi mercati automatici, sta sagomando una nuova forma di umanità. Centrale è la trasformazione continua e permanente del lavoro vivo in lavoro morto mediante: da una parte l’automatizzazione delle funzioni umane, e dall’altra l’omologazione dei comportamenti emotivi (desideri, bisogni, ambizioni e antagonismi) di larga parte della nostra specie con la traiettoria della stessa automatizzazione.

Questi sono gli strumenti, non i fini.

L’obbiettivo reale è l’automatizzazione della mente, di tutte le menti, in uno scambio sociale che prevede l’adesione alla semplificazione della nostra vita mediante connessioni ad intelligenze esterne in cambio di una cancellazione di ogni forma di attrito conflittuale o contrapposizione alla frenetica e inarrestabile corsa computazionale.

Lo stimolo non è più il consumo ma la velocità.

Riuscire ad agganciare il ritmo di vita che la frenesia digitale ci impone rende ogni attività non più gestibile dall’uomo. Consegnare milioni di pacchi in 24 ore rende indispensabile la robotizzazione di tutta la linea logistica.

La velocità è il messaggio, ci ricordava già negli anni 90 Paul Viriliò, uno straordinario sciamano del pensiero digitale , ovviamente del tutto ignorato e deriso da una sinistra che pensava di governare senza dominare il sapere.

Il real time come parametro neurale ci impone di mettere in gioco proprio la naturalità delle nostre sinapsi. Su cui si stanno concentrando le attenzioni dei grandi gruppi tecnologici, che stanno tutti concentrando investimento nelle neuro tecnologie.

Non si tratta di scenari fantascientifici o eccentrici, siamo nel pieno del presente non di un ipotetico futuro: i chip neurali per controllare l’alzheimer sono oggetti quotati al Nasdaq, non argomenti per la sceneggiatura di una nuova serie di Matrix.

All’ordine del giorno c’è la cosiddetta singolarità dell’uomo, o transumanesimo, in cui a fronte di un sostegno al prolungamento della vita si dovrà necessariamente essere funzionali alle procedure di calcolo. Gestite dai proprietari del calcolo, non da divinità esterne. Proprio nelle scorse settimane tecniche di inserimento di microchip nel cervello hanno avuto ratifiche e riconoscimenti, aprendo la strada al contatto diretto: computer/uomo.

E’ questo lo snodo da cui si dipana oggi la nuova forma di lotta politica, che la pandemia sta ulteriormente distorcendo: il potere di calcolo sta attaccando l’autonomia della specie umana, trasformando le straordinarie opportunità di emancipazione e libertà che le forme di automatizzazione propongono in meccanismi di controllo e dominio padronale.

Vaccini e algoritmi diventano l’accoppiata in cui, istintivamente, ceti emarginati vedono le forme della propria subalternità. Bisogna rompere questo legame, dando nuova energia ad un senso di appartenenza ad uno spazio pubblico capace di governare le potenze del sapere, riportando nei limiti della sostenibilità non solo l’inquinamento ecologico ma anche la minaccia sorveglianza biologica.

Nel secolo scorso il movimento operaio trovò nel conflitto sociale una straordinaria cultura di ingegneria sociale che dissolse il sortilegio che denunciava proprio un giovane Emile Durkheim, alla fine del XIX° secolo, dinanzi al nuovo leviatano industriale che si diffondeva in Europa, quando  colse come proprio la struttura del nuovo modello produttivo avrebbe generato le nuove catene per ognuno di coloro che entravano in quelle fabbriche. Nel suo saggio La divisione del lavoro sociale scrisse: “L’effetto più rilevante della divisione del lavoro non è il fatto che le funzioni divise siano più produttive, ma che le renda solidali. Il suo ruolo non è solo quello di abbellire o migliorare le società esistenti, ma è quello di rendere possibili che senza di essa [la divisione del lavoro] non potrebbero esistere. Si spinge oltre i meri interessi economici, e stabilisce un ordine morale e sociale sui generis”.

Oggi dobbiamo rinnovare quella capacità in un nuovo contesto, con nuovi soggetti sociali e procedure adeguate ma con la stessa capacità conflittuale e di riorganizzazione sociale.

In questa direzione la proposta avanzata nel libro Caccia al Virus che abbiamo elaborato con Andrea Crisanti non è un tecnicismo terapeutico ma una strategia sociale: vaccini + sorveglianza, significa spostare nella relazione territoriale, fra esperti e comunità, il motore del contrasto al contagio.

Si tratta di costruire reti sociali e non solo dispensatori di farmaci.

La vaccinazione è di per sé una modalità di organizzazione del territorio. E come tale va gestita e rafforzata: vaccinare è un patto sociale che deve essere sorretto permanentemente da forme di negoziazione attiva che rendano i farmaci, come gli algoritmi, sistemi trasparenti, condivisi e appunto negoziabili.

Bisogna rendere visibile e riconoscibile la struttura che gestisce la vaccinazione, come quella che autorizza e abilita le forme di automatizzazione. Farmaci e dispositivi informatici devono, proprio per la loro riprogrammabilità e upgrading, essere monitorati da sistemi di analoga potenza e velocità.

In questa logica il lavoro deve essere un laboratorio di autogestione del sapere. Abbiamo alle spalle una straordinaria stagione on cui il conflitto sociale contaminò culturalmente, prima che ideologicamente, settori portanti del sapere : medicina, diritto, informazione, tecnologia, urbanistica, pedagogia.

I saperi di oggi sono più vulnerabili di quelli di ieri, dal punto di vista del controllo sociale: le tecnologie di relazione e di produzione implicano modelli di complicità e adesione sociale più espliciti e robusti. Negoziare oggi è materialmente più plausibile e tecnicamente più gestibile di ieri.

Manca il coraggio di mettere in discussione gerarchie e primati organizzativi.

La destra ha il vantaggio di piegare il populismo digitale ad un modello di comando verticale. La sinistra deve praticare l’obbiettivo che la logica reticolare impone: partecipazione nella deliberazione.

Vaccini e algoritmi, sono i nodi di un progetto sociale che deve riordinare proprio questa procedura: partecipare per decidere non per ratificare.

Le città da questo punto di vista sono non solo laboratori ma veri e propri soggetti negoziali: la città è la piattaforma dove convergono le reti sociali che si costruiscono nella sorveglianza sanitaria e digitale. In quel luogo dobbiamo dare nuova attualità alle esperienze di partecipazione e condivisione della gestione del territorio. I servizi sanitari sono oggi battistrada di questa riprogrammazione urbana. Ma la sanità è pretesto e ragione di una riprogrammazione tecnologica: il 5g deve essere innanzitutto grafo di connessione ad alta velocità centri medici e sanitari ? il flusso di dati che scorrono fra i cittadini devono essere controllabili e condivisbili in un data lake municipale ? Su questo vanno animati reti sociali attive di controllo di co gestione dei data base e dei sistemi di calcolo? il cloud territoriale è oggetto di condivisione e codeterminazione nella sua progettazione e proprietà ?

Anche le università sono luoghi di organizzazione socio politica: i centri di ricerca devono essere anche snodi di controllo sociale delle attività progettuali che si snodano nel paese. La ricerca è oggi il luogo del conflitto prioritario, con procedure e forme adeguate e coerenti , ma senza subalternità o deleghe a chi può meglio sfruttare il cervello collettivo.

Così come le categorie professionali devono poter ridefinirsi oggi in virtù della loro complicità con le forme tecnologiche e scientifiche che le attraversano: giornalisti, medici, giuristi, pubblici amministratori, architetti o biologi, ma anche impiegati, operai, addetti a circuiti di logistica o di edilizia, devono oggi reclamare una funzione di controllo attivo nei processi di innovazione e sviluppo tecnologico che li coinvolgono. Un nuovo patto sociale deve legare lavoro, competenze, professioni, servizi e produzione in un circuito di rinegoziazione permanente delle applicazioni tecnologiche e scientifiche. Vaccini e algoritmi ritornano come metafora di una nuova società dinamicamente ridisegnata proprio dalla condivisione del sapere, in tutte le sue versioni.

In questa rete, diventa più difficile far crescere i mostri del complottismo reazionario e il rancore per una solitudine sociale. Sinistra ritornerebbe ad essere libertà degli individui per liberare le comunità.

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