Antonino Infranca*

 

In questo volume ripropongo due saggi pubblicati nel 1982 dall’Archivio Lukács di Budapest presso la casa editrice Akadémiai Kiadó e curati dall’allora direttore dell’Archivio László Sziklai. La stessa operazione editoriale fu compiuta, nel 1989, dalla casa editrice dell’allora Repubblica democratica tedesca, Aufbau Verlag.

Nel 1933, in seguito alla salita del potere di Hitler, Lukács scrive a Mosca, subito dopo la fuga da Berlino, un lungo saggio Wie ist die faschistische Philosophie in Deutschland entstanden?, che rimarrà inedito fino al 1982. Il libro ricostruisce la nascita dell’ideologia fascista in Germania fin dalla reazione irrazionalistica contro la filosofia hegeliana fino alla vera e propria ideologia nazista. Lukács vi analizza l’influenza di Schopenhauer e Nietzsche sull’intellighenzia tedesca sia accademica e non. Infatti sia Schopenhauer sia Nietzsche non fecero mai parte dell’accademia tedesca, che fu influenzata dalle loro filosofie più tardi rispetto a certi strati della società civile tedesca. Piuttosto sulla società civile influì la politica culturale bismarckiana o del periodo guglielmino con gli storici Treitschke e Meinecke. Lukács mette in rilievo il fatto che prestigiosi filosofi e sociologi, come Max Weber o Simmel, dell’inizio del Novecento aderirono alla cultura imperialistica bismarckiana e guglielmina, approvando – nel caso di Weber – entusiasticamente l’entrata in guerra della Germania nel 1914.

All’adesione dell’accademia tedesca alla concezione del mondo irrazionalistica seguì nel primo dopoguerra anche la debolezza della socialdemocrazia tedesca, che non seppe contrastare l’ingresso in guerra della Germania e poi intervenne per uscire dalla guerra soltanto dopo il disastroso andamento della guerra. Infatti a firmare l’armistizio di Compiegne furono coloro che avrebbero dovuto fermare Guglielmo II nel 1914 e, invece, approvarono i “crediti di guerra”, cioè i socialdemocratici. Il libro risente del clima politico dell’epoca, cioè quando i socialdemocratici erano considerati i “fratelli gemelli” dei fascisti e i comunisti rifiutavano qualsiasi alleanza anti-fascista; quindi dopo il 1928, quando redatte le Tesi di Blum e dopo la grande crisi del 1929, Lukács dichiara che determinante nella scelta dei filosofi tedeschi da criticare è stata la posizione da essi assunta nei confronti di Marx. Il libro ha una sua importanza nella storia dello sviluppo di pensiero di Lukács, perché per la prima volta vi vengono citati i Manoscritti economico-filosofici del 1844 che Lukács aveva letto nel 1930 a Mosca. Questo libro fu preceduto da scritti dove comincia l’analisi della fascistizzazione della cultura.

Il libro si apre con un’analisi della società tedesca subito dopo la salita al potere di Hitler. Lukács afferma che tra alcuni strati della borghesia tedesca c’è un malcontento, conseguenza della crescita della crisi degli anni Trenta, malcontento che si estende agli strati proletari, perché, senza alcun dubbio un ruolo determinante nella presa del potere dei nazisti, lo ebbe la crisi del 1929 e la susseguente delusione delle masse. In pratica il problema della Germania all’indomani della presa del potere di Hitler è il ruolo del proletariato, il che rimanda a un altro problema: l’esistenza o la non esistenza del sistema capitalistico, cioè ancora nel 1933 la questione è la stessa del primo dopoguerra. Lukács intuisce che il sentimento anticapitalistico tra le masse è talmente forte che la classe dirigente tedesca teme che le masse aderiscano al comunismo. Lukács ha la speranza che gli avversari del nazismo possano rovesciare il totale assetto del sistema capitalistico in Germania, liberando i lavoratori dallo sfruttamento e approfittando della crisi del 1929, che è stata una delle cause della salita al potere del nazismo. Comunque lo scontro epocale è tra fascismo e comunismo; la democrazia è tagliata fuori dalla lotta per il dominio sull’Europa.

Lo scopo dell’analisi di Lukács è dimostrare che la concezione nazista del mondo è un prodotto dell’evoluzione ideologica della borghesia tedesca. La borghesia tedesca, minacciata dalla rivoluzione proletaria, si è spostata sul terreno del nazismo e ne ha adottato la concezione del mondo, senza allontanarsi molto dai propri fondamenti ideologici. L’alternativa è l’alleanza tra operai e intellettuali, cioè viene dalla capacità degli intellettuali di tornare ai valori fondamentali del marxismo-leninismo e agli operai di recuperare la loro coscienza di classe. C’è da trasformare l’alterità dell’operaio rispetto alla società capitalistica.

L’adesione al materialismo dialettico è considerata da Lukács lo strumento imprescindibile della lotta anti-nazista. Con questa affermazione Lukács rigetta la sua Storia e coscienza di classe e ne denuncia gli errori, quali la limitazione del materialismo alla società umana e l’impossibilità di una dialettica della natura, come sosteneva Engels. È la prima volta che Lukács prende le distanze dell’opera del 1923 e da tutti i suoi entusiastici sostenitori. Subito dopo Lukács spiega il retroterra culturale che sta dietro la ricostruzione dell’assorbimento della filosofia tedesca nella concezione nazista del mondo. Lukács riconosce che egli stesso ha vissuto quell’esperienza di vita vissuta nella sua età giovanile. Quanto scrive in questo saggio ha lo stesso tono di autobiografia che si può rintracciare ne La distruzione della ragione, è, allo stesso tempo, però la misura della differenza della propria esperienza di vita e di pensiero vissuto rispetto a tanti suoi antichi amici. Qui sono spiegate le ragioni della sua critica, ma anche della sua relativa adesione allo stalinismo nella lotta anti-nazista, che risalgono addirittura al suo rifiuto giovanile della propria origine di classe.

L’ideologia nazista si contraddistingue per l’accozzaglia di idee, confuse in una sintesi che soltanto superficialmente pare coerente, ma che ha come scopo ultimo la pretesa riconciliazione delle opposte concezioni delle classi sociali. Inoltre l’ideologia nazista ricorre all’uso del mito per diffondere ed imporre la propria ideologia e tratta questo mito come se fosse scienza. Dunque la scientificità è abbandonata a vantaggio del mito e l’antiscientificità è elevata a concezione scientifica fino al punto che entra nell’accademia. In tal modo l’intellighenzia tedesca completa la sua involuzione alleandosi al nazismo. Il caos ideale sostituisce la ricostruzione delle cause delle cose concrete. La condizione ideale dell’ideologia nazista è simile alla famosa metafora hegeliana della “notte in cui tutte le vacche sono nere”. L’ideologia fascista può anche contenere giuste critiche al capitalismo, ma le mescola con enormi falsità, ma non riesce a superare i limiti della società borghese. Comunque innegabile è che il fascismo sostenga il capitalismo monopolistico e che corroda la filosofia ad esso precedente con l’uso di un linguaggio improntato ad un lessico biologico.

Seppure con differenze e sfumature marcate anche l’anticapitalismo romantico confluisce nella concezione nazista della società. Ma Lukács riconosce all’anticapitalismo romantico una sua importanza. Mentre è la dialettica che differenzia il materialismo storico e dialettico da ogni altra tendenza critica della società borghese. Le altre tendenze critiche intuiscono il malessere della società capitalistica monopolistica, ma non sono in grado di risalire alla causa di questa insoddisfazione. Neanche i socialdemocratici sanno risolvere l’insoddisfazione delle masse proletarie, che si avvicinano così all’ideologia nazista. Anzi i socialdemocratici assimilavano il nazismo al bolscevismo, negando ogni possibilità di alleanza anti-nazista, cercando, in tal modo, di fare da sponda all’ideologia borghese. In realtà la lotta per la “ragione” borghese e socialdemocratica era l’annullamento della dialettica e del materialismo e l’opera di convincimento del proletariato tedesco di accettare passivamente ogni azione di consolidamento dell’ordine sociale ed economico borghese. Lukács lascia intendere che la socialdemocrazia non ha saputo prendere le distanze dalla concezione del mondo borghese, finendo col continuare sulla strada della decadenza borghese. Anzi per Lukács il tradimento social-fascista risale a Lassalle e alle sue concessioni alla politica di Bismarck.

La conseguenza maggiore di questa “ragione” purificata dalla dialettica è l’esaltazione della necessità a discapito della libertà e della prassi, al punto che la libertà diventa irrazionale, tutt’al più può essere la libertà dello sfruttamento capitalistico. Questo è la “Realpolitik senza principi” per Lukács. Inoltre la ripresa del formalismo etico kantiano permette sia agli intellettuali borghesi che a quelli socialdemocratici di predicare un’universalità etica che esula dalle condizioni concrete della vita proletaria. Si realizza così un’astrazione dai problemi della vita quotidiana e si propone una solidarietà astratta, che spesso sfocia in un socialismo religioso di coloritura romantica. Si costituisce così un’unità dei contrari, dove però gli elementi in contrasto rimangono esistenti; non è l’identità dei contrari, tipica piuttosto dell’idealismo italiano, dove i contrari sono annullati.

Nel paragrafo “La debolezza dell’opposizione di sinistra”, Lukács rinnova il suo attacco a Rosa Luxemburg e alla sua contrapposizione alla concezione bolscevica dell’organizzazione, del rapporto masse-classe, classe-partito e partito-direzione politica. Lukács accusa Rosa Luxemburg anche di respingere la concezione dialettica del marxismo. Il marxismo di Rosa Luxemburg, quindi, è rimasto chiuso nel quadro di quello della Seconda Internazionale. Inoltre anche esteticamente Rosa Luxemburg è imparentata alle posizioni pro-Schiller di Franz Mehring, che hanno causato quella confusione ideologica nella sinistra tedesca che ha impedito di reagire all’ondata nazista. Senza dubbio questo attacco di Lukács rivela una posizione ideologica molto rigida, un leninismo senza sfumature, che non supera le critiche che Rosa Luxemburg rivolse allo stesso Lenin, che non ammette aperture anche alle tendenze più radicali della socialdemocrazia tedesca.

D’altronde Lukács sostiene continuamente durante l’intero volume che chi affronta il fascismo senza un’azione decisa, sorretta da una teoria ben organizzata, finisce per scegliere tra sfumature del fascismo stesso e non riesce ad evitarlo. Così la socialdemocrazia tedesca, che non condusse un’azione politica decisa e passò a un marxismo all’acqua di rose, finì per trasformarsi in una componente organica del sistema fascista e i suoi aderenti passarono nelle fila dei nazisti.

Eppure nel mezzo della analisi polemica della situazione tedesca subito dopo la presa del potere da parte del nazismo, anzi proprio per chiarire i fondamenti della sua polemica, Lukács espone alcune sue fondamentali idee sulla politica, dove è chiaro il rifiuto di imposizioni ideologiche, anche e soprattutto dall’alto, così come è chiaro il richiamo a interessi fondamentali delle masse, cioè alla riproduzione della vita degli esseri umani tramite il lavoro, vera forza reale, e con essa la libertà d’azione. Forte è la preoccupazione di Lukács dell’abbandono delle masse da parte dei socialdemocratici e la loro conseguente partecipazione all’ideologia nazista. Lukács vede questo abbandono come la conseguenza del distacco del partito socialdemocratico dalla società civile, ma l’abbandono è comune a tutti i partiti della Repubblica di Weimar e questo spazio lasciato vuoto sarà colmato dal nazismo.

Pare di intravedere alcune idee politiche dell’ultimo Lukács. È forte la convinzione di Lukács che il proletariato porterà una nuova cultura e nuove forme democratiche dentro la società politica.

Il secondo saggio contro ideologia fascista, Wie ist Deutschland zum Zentrum der reaktionären Ideologie geworden? fu scritto da Lukács nell’inverno del 1941-42 a Taskent, dove era stato evacuato per il timore della resa di Mosca. Fu scritto, come afferma lo stesso Lukács, subito dopo aver respinto l’attacco su Mosca. Il saggio era pronto per la traduzione in francese nel 1947, ma poi non fu né tradotto, né pubblicato. Alcune parti finirono nel primo capitolo de La distruzione della ragione, ma qui ho voluto ritradurle. Questo saggio, dunque, è scritto quando si manifestano i primi segni della crisi militare del nazismo, così come il precedente fu scritto alla vigilia della presa del potere del nazismo, entrambi sono scritti dedicati a una lotta politica particolarmente acuta[1].

Lukács afferma che la debolezza della democrazia tedesca è anche nella debolezza della sua concezione del mondo. Si tratta di un fattore soggettivo che resta sempre presente nella storia tedesca. Questo fattore soggettivo è indicato da Lukács con la denominazione di “miseria tedesca”, che è fatto di rispetto per l’autorità, anche se non si è d’accordo con le decisioni di tale autorità. Queste classi medie trovano nella filosofia di Nietzsche una filosofia consolatrice, che giustifica il loro rifiuto e la loro ribellione all’ordine esistente. Questa miseria interiore è in contrasto con la ricchezza intellettuale di alcune figure preminenti della cultura tedesca e Lukács si sofferma ad analizzarne due, Goethe ed Hegel, che sono le due figure tradizionalmente di riferimento della sua stessa evoluzione intellettuale. Lukács ritrova negli umanisti classici tedeschi la tradizione che egli vorrà continuare nel proprio progetto politico-intellettuale.

            La più notevole differenza tra i due saggi di analisi della cultura tedesca pre-nazista e nazista è nel giudizio sulla socialdemocrazia tedesca; se nel primo c’era la condanna della social-democrazia come social-fascismo, nel secondo il tono è più moderato. Rimangono le accuse di cedimento alla violenza politica del nazismo, ma i toni della critica adesso risentono del mutato clima politico internazionale e soprattutto della guerra, quindi dell’avvicinamento di Stalin agli antichi nemici “social-fascisti”, adesso alleati nella lotta antifascista. Lukács vede riconosciuta la bontà della sua linea politica espressa nelle Tesi di Blum, del 1928, di alleanza tra comunisti e socialdemocratici, cioè in un momento storico in cui Stalin imponeva la sua linea del “social-fascismo”, mentre Lukács proponeva l’alleanza con i cosiddetti nemici di classe della socialdemocrazia. In questa critica della cultura tedesca, Lukács si dà un compito che vorrebbe estendere a tutti i comunisti: analizzare la tradizione culturale tedesca per recuperare le radici progressiste di tale cultura e non lasciarle all’egemonia culturale conservatrice e reazionaria. Era, in fondo, lo stesso compito che si era posto Engels.

            Adesso il giudizio di Lukács sulla cultura tedesca pre-nazista è più calibrato, soprattutto c’è una netta differenza tra intenzione dei vari filosofi tedeschi pre-nazisti e il risultato ottenuto, cioè l’influenza che le loro opere hanno avuto sui lettori tedeschi, per altro già preparati da una tradizione di irrazionalismo diffusa nella Germania pre-nazista. L’irrazionalismo, unito all’agnosticismo e all’antiscientificità, è il sintomo della decadenza del pensiero borghese. Anche in questo secondo saggio Lukács ricorda, ma con più dettagli, che l’irrazionalismo è stata una reazione della cultura tedesca alle aperture dell’umanesimo classico tedesco, che a sua volta risentì fortemente dell’influenza della Rivoluzione francese. Lo stesso Fichte, che si autoproclamò paladino delle guerre di liberazione dall’occupazione napoleonica non respinse totalmente i temi dell’umanesimo classico, ma si preoccupò di tradurle in un pensiero politico, anche se nazionalistico. Per Lukács anche alcuni eminenti rappresentanti del romanticismo tedesco presero posizione per una democratizzazione della società tedesca, ma non ebbero sufficiente capacità di penetrazione nella cultura di massa tedesca.

            La rottura avviene con la Rivoluzione del 1848, quando la borghesia tedesca teme di perdere il controllo sulla società civile a vantaggio dei movimenti socialisti incipienti. Ancora una volta le masse tedesche fanno paura alla minoranza borghese. Per il Lukács di questo secondo saggio la borghesia tedesca vive ancora le conseguenze della resistenza e dell’oppressione che la nobiltà tedesca mise in atto contro il movimento dei contadini di Thomas Müntzer. La storia si ripeté con le stesse nefaste conseguenze. Prima Schopenhauer e poi Nietzsche riuscirono a monopolizzare la reazione culturale della borghesia tedesca contro il pericolo dei movimenti sociali che sorgevano dal basso. Schopenhauer si rivolge alla borghesia del nascente capitalismo tedesco, che eredita dalla vecchia borghesia forme culturali superficiali, brutte, e che si compiace a mescolare superficialità culturale e splendore teatrale della vita. Nietzsche, addirittura, finirà per accusare Bismarck, un intelligente conservatore, di essere stato troppo liberale e democratico verso il socialisti, che avrebbe dovuto spazzare con la stessa risolutezza che usò per sconfiggere austriaci e francesi. In pratica, per Nietzsche i socialisti erano barbari estranei alla Germania che erano penetrati nel suo corpo per provocarne la malattia mortale della democrazia.

            La funzione di Schopenhauer e Nietzsche fu quello di rassicurare la borghesia, proponendole argomenti totalmente inventati e caduti dall’alto: i miti dell’estraneità della cultura tedesca alla democrazia, adatta, invece, ai paesi capitalistici come Francia e Inghilterra e della possibilità che la Germania avesse una propria via nazionale alla capitalizzazione della propria economia. Il mito è indicato da Lukács come la costruzione ideale del tutto scissa dalla realtà che la cultura tedesca propone alla società civile. Così se Schopenhauer distraeva la cultura tedesca con una filosofia consolatoria nella propria angoscia del vivere, Nietzsche costruisce miti come il superomismo o la ciclicità storica che porteranno la Germania a dominare il mondo, come merita in quanto nazione di padroni e non di schiavi.

            Lukács si sofferma ad analizzare dettagliatamente come la cultura imperialistica sia stata capace di impadronirsi di questi miti per costruire una missione tedesca nel mondo: diffondere il mito della propria superiorità sulle altre nazioni europee. La giustificazione delle proprie ambiziose mire espansionistiche diventa il brodo di cultura per permettere all’imperialismo tedesco qualsiasi azione, anche quelle della peggiore barbarie. Si sa che già nella guerra contro la Francia del 1870 le truppe tedesche in qualche caso si comportarono in maniera barbarica verso i cittadini francesi, come narra Maupassant nelle sue Novelle prussiane. Ancor peggio avvenne nell’occupazione del neutrale Belgio all’inizio della Prima guerra mondiale. La barbarie nazista fu chiaramente anticipata dalle pratiche imperialistiche tedesche, autogiustificatesi con la missione civilizzatrice della razza superiore tedesca. Spengler e Rosenberg sono gli ideologi di questa autogiustificazione: il primo facendo balenare ai suoi lettori tedeschi la fine dell’Occidente a cui soltanto la Germania può porre un argine, il secondo dichiarando che un nuovo Reich con nuovi dirigenti politici, potrà non soltanto arginare la crisi dell’Occidente, ma anche rilanciare la missione civilizzatrice occidentale a partire dalle nazioni occidentali, se queste accetteranno di buon grado e collaboreranno con l’opera civilizzatrice della Germania.

            Insomma nel primo dopoguerra si confrontano due tendenze. Da un lato, la socialdemocratica che cerca di mobilitare le masse per una riforma del capitalismo tedesco in senso maggioritario, ma non ha la forza per affrontare alla radice i problemi del capitalismo tedesco e soprattutto cade nella trappola del giustificazionismo del Trattato di pace di Versailles e delle necessarie misure economiche costrittive nei confronti dei lavoratori. Dall’altro lato, la tendenza nazionalistica di una minoranza agguerrita, che poi diverrà nazista, di riprendere il progetto imperialistico guglielmino ma con misure ancora più radicali, più spregiudicate e senza scrupoli. Come si sa questa tendenza fu quella vincente con le conseguenze che conosciamo.

            Di fronte alla pressante presenza della guerra molti intellettuali tedeschi cedettero la loro capacità giudizio e si schierarono a favore della guerra imperialistica voluta da Guglielmo II. Il loro schierarsi a favore della guerra implicò anche l’accettazione di azioni militari particolarmente cruente, come l’invasione dei neutrali Belgio e Lussemburgo. Ovviamente Lukács prese le distanze da tale consenso e ruppe i rapporti con i suoi “maestri”, in particolare con Max Weber. Come per alcuni passi del primo libro, anche nel secondo possiamo cogliere accenni della formazione filosofica dello stesso Lukács. Si sa che Lukács aveva mostrato un atteggiamento vicino all’anticapitalismo romantico e il lettore, conoscitore del pensiero lukácsiano, troverà anche in questo secondo saggio accenni ad argomenti, quali l’eccesso di estetizzazione, che erano tipici del giovane Lukács dai quali egli prenderà le distanze una volta che aderisce al movimento comunista. Gli accenni autobiografici alla propria vicenda esistenziale, ci spingono a ripetere che anche lui ha consacrato la sua vita lunga e ricca e la sua opera a un’autodisciplina ascetica, che ha subordinato i suoi interessi personali all’espressione della sua convinzione. Lo stesso Lukács in gioventù si era comportato allo stesso modo di molti dei filosofi tedeschi che sta criticando e ricordiamo anche che il Lukács, che scrive queste righe a Taskhent nel 1942, è sfuggito l’anno precedente, il 1941, alla polizia stalinista, che lo aveva arrestato e che senza l’intervento provvidenziale di Dimitrov, lo avrebbe molto probabilmente giustiziato o spedito in un campo di concentramento in Siberia. Era abbastanza per ripensare l’intera sua vita.

            Ma nella parte finale del saggio Lukács si pone il problema dell’eredità del nazismo. Si chiede quale Germania sarà pronta alla necessaria democratizzazione della propria società politica e alla stessa società civile. Lukács riconosce che il popolo tedesco è reazionario; la cultura irrazionalistica è penetrata troppo profondamente nella cultura nazionale tedesca e con questa eredità si devono fare i conti. Il problema è essere in grado di valutare se il nazismo sia una “malattia”, come vorrebbe sostenere la stessa tesi liberale che a pari dell’interpretazione di Croce del fascismo intesso come una “invasione degli Hyksos”. Se il nazismo è stato una malattia temporanea, allora si può temere la volontà di una nuova tendenza conservatrice di continuare la storia della Germania della Repubblica di Weimar, come se non fosse avvenuto nulla. Ancora nel 1942 non è apparsa con tutta la sua ampiezza e profondità la tragedia della Shoah, seppure qualche intuizione si aveva già di cosa fossero i campi di concentramento nazisti. Quando la verità emerse con tutta la sua crudezza, ci si rese conto che non si poteva tornare a Weimar, come dopo una “malattia” temporanea.

            Se consideriamo i due saggi congiuntamente, come potrà fare il lettore di questo volume, si può notare che nel secondo l’analisi di Lukács è più generica e meno dettagliata del primo saggio. E questa differenza è abbastanza comprensibile. Nel primo saggio la presa del potere da parte di Hitler era più recente e, quindi, la consapevolezza della sconfitta era più pressante. Infatti si notano, da un lato, osservazioni sull’incapacità del comunismo, a causa del “tradimento” socialdemocratico, di mobilitare le masse contro il pericolo reazionario, unitamente al riconoscimento dell’abilità nazista di mobilitare le masse tedesche a proprio vantaggio. D’altro canto, Lukács entra con più dettagli nell’analisi dell’ideologia nazista mostrando tutto il bagaglio irrazionalistico di essa, unitamente alla sorpresa che un tale bagaglio potesse attirare la simpatia dell’intellighenzia tedesca, che altrimenti avrebbe dovuto essere abituata alle altezze della grande cultura umanistica tedesca. Quest’ultimo aspetto emerge, invece, nel secondo saggio, dove prevale un’analisi più generale della storia della cultura tedesca rispetto all’analisi della situazione politica della recente sconfitta, contenuta nel primo saggio. Infatti nel secondo saggio Lukács si pone il problema di come si presenterà la cultura tedesca di fronte alla propria degenerazione irrazionalistica, una volta che la sconfitta militare, ritenuta ormai inevitabile già nel 1942, cioè un anno prima della vittoria di Stalingrado.

            All’interno del corso dell’evoluzione del pensiero di Lukács questi due saggi hanno la funzione di preparare il terreno per la pubblicazione de La distruzione della ragione, che nonostante quanto possa essere ritengano una parte dei critici del pensiero lukácsiano, è comunque una grande opera di storia della filosofia. Naturalmente un’opera di tale ampiezza non può trovare un universale consenso, così come non lo possono trovare questi due saggi, ma come nel caso de La distruzione della ragione non si può negare che anche questi due saggi mostrano tutta la profonda capacità analitica di Lukács. Infatti entrambi i saggi, così come La distruzione della ragione, non mancano riconoscimenti agli stessi Schopenhauer e Nietzsche e alle loro capacità riflessive su singole questioni. Lukács, però, rileva come i due filosofi presi nel loro insieme formano una tendenza di filosofia irrazionalistica, che nella loro vita non ebbe alcuna influenza sulla cultura accademica, tant’è che sia Schopenhauer, sia Nietzsche non trovarono posto nelle università tedesche e di questo rifiuto ne fecero un punto di partenza per le loro critiche alla cultura allora ufficiale della Germania. Nonostante questo riconoscimento da parte di Lukács, ovviamente ci sarà pur sempre una piccola minoranza dei suoi critici che rimarrà ferma nella condanna anche di questi due saggi, appunto perché preparativi a La distruzione della ragione. ma, come si sa, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

            Rispetto a La distruzione della ragione il primo saggio ha un taglio più politico, sebbene la chiusura de La distruzione della ragione con l’esaltazione del movimento per la pace abbia anch’essa la sua valenza politica. Naturalmente c’è chi ha condannato quell’esaltazione del movimento per la pace, perché ritenuta una presa di posizione stalinista. Questa critica può apparire una battura, ma purtroppo esprime chiaramente il pregiudizio ideologico di chi ha criticato La distruzione della ragione. Nel secondo saggio c’è la preoccupazione politica di quale Germania erediterà la sconfitta del nazismo, ma la situazione storica è molto diversa dal 1954, anno della pubblicazione de La distruzione della ragione, come diversa è la situazione storica del primo saggio che è del 1934. Ma la questione più importante è che lo sviluppo irrazionalistico della filosofia tedesca è passato nel campo della politica: è diventato un’ideologia e della peggiore specie, cioè una barbarie.

            A distanza di novanta nel caso del primo saggio e di più di ottanta anni nel caso del secondo sorprende che alcuni temi trattati in essi ritornino di attualità nell’immediato presente. La crescita politica delle destre estreme in Europa presenta impressionanti paralleli con la situazione politica da Lukács analizzata. Se allora faceva paura il socialismo, inteso come un elemento estraneo rispetto alla società politica, adesso la questione dell’immigrazione da Africa e Asia prende il posto del pericolo socialista, ma con l’aggravante che il rifiuto dell’estraneo è passato dalla società politica alla società civile. Anche adesso gli immigrati sono visti come corpi estranei rispetto alla società civile europea, mentre in realtà sono il risultato di secoli di imperialismo europeo, che ha distrutto le ricchezze economiche, sociali e culturali dei paesi di origine degli immigrati e adesso rifiuta, o meglio nasconde, la propria responsabilità nel sorgere di questo problema. Allo stesso modo la società politica degli anni Trenta in Germania nascondeva alle masse lavoratrici che la disastrosa situazione economica della Germania era la conseguenza della politica imperialistica tedesca, aggravata dalla crisi economica del 1929.

            L’arrivo massiccio di masse di immigrati fa nascere il mito della purezza culturale dell’Europa o peggio ancora dell’Occidente. La cultura ufficiale europea, in testa quella accademica, nasconde i fatti oggettivi della storia occidentale. Il primato europeo è stato costruito sulla distruzione apocalittica dell’America, intesa nella sua ampia accezione di tutto il continente americano. Il trasferimento delle ricchezze minerarie, come oro e argento, in Europa ha permesso la nascita del capitalismo europeo, allo stesso tempo del trasferimento di alimenti, come mais, patata, pomodoro, cioccolato, tabacco ecc., dalla fertile e ubertosa America alla povera e miserevole Europa ha sfamato le masse europea, che fino ad allora avevano sofferto quotidianamente la fame. La stessa concezione di Occidente nasce da questo trasferimento di ricchezza dall’America all’Europa in contrapposizione all’Oriente, allora decisamente più ricco e sviluppato scientificamente e tecnologicamente dell’Occidente. Non va dimenticato il costo umano di questo trasferimento di ricchezza, cioè la cancellazione di intere popolazioni indigene precolombiane in America, con tutto il loro ricco bagaglio di lingue, culture e tradizioni, di cui rimane un ridotto ricordo.

            Il nazismo riprese e rafforzò il concetto di razza, per trovare una giustificazione ideologica alla sua opera imperialistica di cancellazione di popoli e culture aliene a quella tedesca. Il suo modello fu proprio quella conquista apocalittica condotta in nome del dio della pace e dell’amore, quindi ancora più paradossale e ipocrita rispetto alla purezza razziale tedesca. Sia i conquistadores spagnoli e portoghesi nell’America latina, sia i coloni protestanti nell’America settentrionale distrussero e uccisero per diffondere il cristianesimo. Con la religione giustificarono tale opera di apocalisse, perché il loro dio non poteva aver dato tante ricchezze naturali a popoli che non credevano in lui, quindi bisognava togliergli quello che non meritavano. Anche i nazisti pretendevano di distruggere e saccheggiare l’Unione sovietica, perché era la patria del comunismo, ma allo stesso tempo la sua popolazione slava meritava di diventare schiava della Germania per costruire il grande Reich del futuro, visto che una razza superiore meritava un ruolo superiore nella storia del mondo.

            Oggi si vuole difendere quell’Occidente e quell’Europa risultati dell’Apocalisse americana. Ovviamente si potrà obiettare, a ragione, che l’Europa di oggi non è quella della conquista dell’America, perché di mezzo c’è la Rivoluzione francese e i grandi valori dell’Illuminismo. A parte la verità poco riconosciuta che quei grandi valori dell’Illuminismo erano validi solo per l’Europa, se non addirittura per la Francia, anzi meglio ancora per la borghesia francese. Allo stesso modo che quei grandi valori dell’Illuminismo erano validi solo per i coloni bianchi degli Stati Uniti. La rivolta degli schiavi negri di Haiti, in nome di quei grandi valori dell’Illuminismo, realizzò proprio l’universalità di quei valori, quindi si può dire che furono gli schiavi a fare la vera rivoluzione.

            Oggi si vuole difendere quell’Occidente e quell’Europa con tutti i suoi grandi valori illuministici contro le vittime del dominio occidentale sul pianeta, contro anche i suoi critici, riproponendo miti irrazionali come quelli del progresso e della superiorità europea. I difensori di questo dominio si possono mettere sullo stesso piano dei critici dell’analisi lukácsiana dell’irrazionalismo tedesco. Lukács criticava una cultura sia nella sua fase iniziale che nella sua finale, ma anche il nostro Occidente attuale si trova in una fase finale e gli intellettuali della destra europea ripropongono e rimettono in valore l’Occidente, come Spengler aveva fatto negli anni Trenta. Ma come insegna Marx, adesso la storia si sta ripetendo come farsa. L’aspetto drammatico di questa farsa è la chiusura delle frontiere verso gli immigrati; chiusura resa ancora più apocalittica dalla pretesa di aiutare gli immigrati “a casa loro” con le elemosine che l’Unione europea propone ai loro governi, che in fondo sono stati imposti dallo stesso Occidente per rendere ancora più radicale lo sfruttamento delle ricchezze di Africa e Asia.

Insomma la storia si ripete e questo sì che sarebbe l’eterno ritorno dell’eguale.

 

* Introduzione a G. Lukács, Critica dell’ideologia fascista, Milano, Ed. Punto rosso, 2024.

[1] Lo ricorda giustamente M. Gargani nel suo ottimo saggio “Lukács 1933-1942. L’irrazionalismo nell’età del fascismo”, in Rivista di Storia della filosofia, n°. 1, marzo 2020, a. LXXV, n. s., pp. 81-106.

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