Salvatore Tinè

 

Se ne va Domenico Losurdo. È un grande dolore per tutti i marxisti e i comunisti, per chi come lui in tutti questi anni si è battuto contro il dominio capitalistico e l’imperialismo; per noi di Marxismo Oggi online, che abbiamo trovato in lui un punto di riferimento fin dall'inizio del nostro percorso. Ma è anche una grave perdita per la cultura italiana e mondiale. Mimmo è stato un grande studioso, che ha combattuto strenuamente, non solo scendendo in piazza e facendo politica direttamente nei partiti e nei gruppi politici ma anche nel tanto tempo della sua vita che ha trascorso chiuso nel suo studio tra i suoi tanti libri, a lavorare e a scrivere con il rigore dello studio e dell'impegno scientifico.

 

Quel rigore che solo alimenta una autentica passione politica. Quel rigore che è proprio dei veri comunisti, consapevoli del nesso inscindibile che lega sempre teoria e prassi, scienza e azione.

 

Ferma è stata sempre nella sua ricerca e nel suo pensiero, la prospettiva mondiale di quel grande processo di emancipazione umana, delle classi oppresse e dei popoli che ha scandito la storia del Novecento e di cui il movimento comunista internazionale è stato parte organica e avanguardia dirigente. L’idea che alla base di tale processo vi fosse stato e vi fosse ancora l'unità in un unico fronte mondiale del proletariato internazionale e dei popoli e delle nazioni oppresse è stato il nucleo teorico più profondo, tenacemente, testardamente rivendicato in tutto il corso dell'evoluzione della sua opera e del suo pensiero, di quel “marxismo-leninismo” da cui aveva preso le mosse sin da giovane e al quale restò sempre legato.

La coerenza con questa ricerca e questa ispirazione non fu minimamente scalfita dallo sgretolarsi del campo socialista e dal crollo dell’Unione Sovietica, che pure fu certo una tragedia per lui come per tutti i comunisti nel mondo. Nel corso della nuova fase storica che si aprì dopo quel crollo, scandita da una drammatica ripresa dell’offensiva dell’imperialismo americano e dei suoi piani di guerra, Mimmo ha tenuto sempre ferma l’idea che il processo di emancipazione dei popoli oppressi dal dominio imperialistico iniziato nel Novecento sull’onda della Rivoluzione d’Ottobre fosse ben lungi dall’essersi definitivamente arrestato. Il tremendo e grandioso “secolo breve” si era certo chiuso, per lui con una sconfitta, certo tale da “fare epoca”, ma non con un fallimento. Nella spettacolare ascesa economica e politica della Cina popolare egli avrebbe visto la conferma più clamorosa di quella prospettiva di lotta e di avanzamento del movimento comunista che non si era stancato di additare come possibile e probabile anche nei momenti più difficili, in cui la terribile offensiva non solo politico-militare ma anche ideologica e culturale dell’imperialismo finiva per apparirci perfino inarrestabile. Questa prospettiva ideale e politica lo avrebbe portato in quegli anni a definire la sua ricerca teorica in termini sempre più contigui con la riflessione e la ricerca storiche.

A partire dal grande saggio sul revisionismo storico, straordinaria critica delle tesi storiografiche di Nolte e di Furet, volta a mostrarne la sostanza tutta ideologica e mistificatrice, la ricerca di Losurdo mira a stabilire una sostanziale continuità del processo di emancipazione umana scaturito dall’Ottobre sovietico con quella la tradizione rivoluzionaria che aveva preso le mosse dalla Rivoluzione francese e dal giacobinismo a aveva attraversato la storia delle rivoluzioni europee e non solo nel corso dell’Ottocento, sino alla Comune di Parigi.

Il pensiero e l’opera rivoluzionari di Marx si collocano completamente per Losurdo dentro questa tradizione, continuandola e sviluppandola, esprimendo nel modo più compiuto e scientificamente rigoroso quella ispirazione universalistica, ovvero volta alla costruzione di un nuovo ordine mondiale fondato sulle idee di liberta e di eguaglianza tra i popoli  e non solo tra gli individui, che era ad essa profondamente immanente. Rispetto a questa prospettiva di unificazione del genere umano, di cui il pensiero di Marx prima e la storia del movimento comunista mondiale dopo sono stati l’espressione più alta e avanzata, la tradizione del liberalismo appare a Losurdo sostanzialmente volta in senso conservatore e regressivo, legata ad una idea “aristocratica” ed elitaria di libertà, estranea in radice alle idee e alla esperienza della Rivoluzione francese. Di qui l’impegno di Losurdo nella critica dei filoni reazionari della cultura europea dell’Ottocento e del Novecento, da Nietzsche ad Heidegger, destinati a conoscere paradossali letture e interpretazione di “sinistra” proprio negli anni della più dura controffensiva ideologica borghese. Con straordinario rigore storico e filologico, Losurdo mostrava, non a caso, la frequente contiguità o convergenza di alcuni temi e motivi di tali filoni con le posizioni teoriche e politiche delle correnti liberali più ostili all’allargamento del suffragio alle classi popolari come al superamento della discriminazione razziale sia nelle metropoli capitalistiche come che nelle colonie. Rovesciando la tesi caratteristica del “revisionismo storico” secondo cui le forme “totalitarie” del Novecento sarebbero sorte in risposta alla minaccia del “totalitarismo” sovietico, Losurdo mostrava le profonde radice storiche di quelle forme nella barbarie del colonialismo e negli orrori della “guerra totale” in cui era sfociato il conflitto tra le grandi potenze imperialiste nel 1914. La teoria del “totalitarismo”, caratteristica delle posizioni del revisionismo storico di ispirazione liberale degli anni ’90, si rivelava così in tutta la sua sostanza non solo conservatrice ma perfino reazionaria.

In questo impietoso confronto tra l’ideologia liberale e la storia reale del liberalismo è il senso stesso del lavoro storico di Losurdo. Ma con altrettanto rigore e passione, in ossequio al medesimo metodo storico-filosofico teso a individuare sempre di là dalla “ideologia” le vicende e i processi reali in essa spesso solo trasfigurati o dissimulati, Losurdo si è impegnato in tutti questi anni a ricostruire nei suoi passaggi essenziali, ma anche nei suoi momenti più drammatici e controversi la complessa vicenda sovietica e quella ad essa strettamente intrecciata del movimento comunista internazionale. Il drammatico passaggio storico degli anni ’30, la “questione” di Stalin, e in particolare il ruolo fondamentale di quest’ultimo prima nella costruzione del primo Stato proletario della storia e poi nella straordinaria vittoria “patriottica” di quello stato nella guerra contro il nazismo sono stati al centro di una riflessione permanente, coerente,  certamente coraggiosa e contro-corrente in cui la gigantesca ma ingombrante figura di Stalin appare spesso, fino a un grande libro a lui dedicato, come quella che più di lucidamente e profondamente di ogni altro leader comunista del Novecento aveva capito il carattere di processo di lunga durata, terribilmente complesso e contraddittorio della “rivoluzione mondiale”, di là dai troppi facili e schematici schemi degli anni ’20. Una riflessione guidata da un robusto realismo storico, formatosi negli anni della sua formazione, nel continuo rapporto con i grandi testi di Kant e di Hegel.

La sua formazione filosofica così limpidamente “classica” legata al magistero di grandi studiosi della filosofia classica tedesca come Arturo Massolo e Livio Sichirollo ha continuato a guidare e ispirare anche la sua ricerca più strettamente storica degli ultimi venti anni. L’ispirazione internazionalistica che sempre ha caratterizzato la sua concezione del marxismo e del comunismo aveva in fondo una profonda matrice nel “cosmopolitismo” etico-politico di Kant, un filosofo cui non a caso aveva dedicato un libro sul finire degli anni ’80 implicitamente polemico con un certo “anti-kantismo” della tradizione comunista e teso a scorgere nella stessa concezione kantiana della storia i primi germi di quella di Hegel destinata a superare l’ancora troppo rigido apriorismo del pensatore di Königsberg, verso una visione più ampia e complessa del divenire storico. Il suo Hegel, pensatore della Rivoluzione francese come rottura storico-mondiale, in grado di aprire una nuova tappa nella storia come storia dell’unificazione del genere umano, era anche il grande teorico della “questione nazionale”, che non aveva cessato di pensare in tutta la sua vita ed opera come la rivoluzione “mondiale”  solo iniziata in Francia dovesse continuare in modi e forme peculiari in Germania. Nell’affermazione di Lenin che così spesso amava citare secondo cui l’universale è tale solo se comprende la particolarità possiamo così vedere condensati insieme al leninismo di questo grande pensatore comunista, la sua profonda ispirazione filosofica kantiana ed hegeliana.

 

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