Claudia Reyes Allende

 

Nella primavera del 1972 un gruppo di giovani attori percorreva via Lastaria, nel centro di Santiago, e per attrarre l’attenzione su un loro spettacolo teatrale scandivano in coro: “Sin sosten y sin calzon, viva la revolucion!” (Senza reggiseno e senza mutande, viva la rivoluzione). Mi misi a correre dietro a loro, unendomi al coro. In quel momento, quando avevo 6 anni, diventai a mia insaputa femminista e rivoluzionaria.

Poi vennero il colpo di Stato, l’esilio, soffitti diversi su cui fissare lo sguardo la sera. Quando lasciammo il Cile con destinazione all’Università di Stanford, non capivo perché tanta tristezza, giacché andavamo nel paese di Topolino. Ma presto l’eco della morte di Allende, di Victor Jara e tante altre notizie che mi raggiungevano ogni giorno misero fine alla mia innocenza.

Mio padre era stato consigliere per la comunicazione del ministro degli esteri dell’Unione Popolare. Mia madre dirigeva una rivista femminile per le donne lavoratrici, “Paloma”, un quindicinale che arrivò a vendere più di 200.000 copie al tempo del governo popolare. Dovendo ricominciare tutto da capo, con due figli di 7 e 5 anni, non era facile mantenere l’allegria familiare.

Nel 1979 andammo a vivere in Messico, che ci accolse con il fascino dei suoi aromi, i suoi colori, le sue immagini. Città del Messico mi diede le più care amiche della mia vita, l’educazione e l’impegno rivoluzionario. In Nicaragua il 19 luglio 1979 ci fu la vittoria della rivoluzione sandinista, la televisione si riempì di immagini e di racconti per settimane. Mio padre venne chiamato per riorganizzare la televisione sandinista e mia madre iniziò presto a lavorare presso una casa editrice importante. Messico fu per me una scuola di valori, di politica, di cultura e di fraternità.

La mia scuola si trovava nella zona di Coyoacan, nota fra l’altro per essere il luogo dove avevano vissuto i pittori Frida Kahlo e Diego Rivera. La Casa Azul – così si chiama questo museo – che era allora poco frequentata, stava sulla stessa strada, a poche decine di metri dalla scuola. Così mentre leggevamo “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato” o stavamo immersi nella letteratura latinoamericana, tornavamo ad essere bambini correndo per i corridoi della casa di Frida e Diego, ci nascondevamo sotto il loro letto o perfino dentro un armadio, per poi correre ancora per strada e sentirci di nuovo grandi con i nostri 15 anni.

A 15 anni tornai in Cile, con il teatro, la scuola, la dittatura. La politica cominciò ad appassionarmi e nel giugno 1984 entrai nella sezione giovanile del Partito comunista della mia scuola. Molti dei miei compagni tornavano dall’esilio, figli di detenuti “desaparecidos” o assassinati. Era una scuola di sinistra. Il mio primo arresto avvenne in occasione dello sciopero nazionale del 30 ottobre. Alle sei del mattino la mia squadra doveva predisporre una barricata con ruote d’auto che avevamo raccolto per l’occasione, e buttare sul selciato dei chiodi a quattro punte che avevamo fabbricato in tutto il mese. Io portavo tutto il necessario. Ma all’appuntamento arrivammo solo io e un’altra compagna. Facemmo comunque tutto il necessario, uno di quei gesti ostinati che per miracolo non ci costarono la vita. Degli agenti della CNI, in abiti borghesi, ci fecero inginocchiare, puntarono su di me una pistola e sulla compagna un revolver. Quelli erano dei porci. Noi, due ragazzine. Con la coda dell’occhio vidi uscire da una strada laterale un furgone di “carabineros”, la polizia cilena. Pensai che non volevo la tortura, che dovevo far sapere del mio arresto, mi alzai e misi a correre fino a gettarmi sul cofano del furgone. La nostra barricata aveva bloccato due veicoli di carabineros e alcune auto di privati. La polizia ci voleva con sé, quelli della CNI anche. L’unica corsa della mia vita mi salvò dalla CNI, restai nelle mani dei carabineros, il mio arresto venne conosciuto e il mio nome fu citato alla radio. Restai in cella cinque giorni e cinque notti, avevo appena compiuto 18 anni e in quanto maggiorenne sarei stata condotta davanti a un tribunale militare. La mia compagna era più fortunata perché era ancora minorenne. Mia madre all’università aveva fatto amicizia con una collega molto di destra che aveva un cugino funzionario del Ministero dell’interno. Lei riuscì a farmi uscire prima di passare in tribunale. Fui molto fortunata. Da allora passai a svolgere lavoro politico interno, organizzando la lotta del movimento studentesco delle scuole secondarie superiori. Le nostre rivendicazioni principali erano centri studenteschi democratici e democrazia nel paese.

E’ impressionante ricordare la forza e l’audacia degli studenti – ragazzi e ragazze – in tutto il Cile. In ogni città c’erano studenti organizzati, quasi bambini, coraggiosi, creativi, pronti a tutto nella lotta contro il dittatore Pinochet. Nelle scuole, sia pubbliche che private, tutto era molto pericoloso, ovunque c’erano insegnanti che spiavano e denunciavano, e le sofferenze in alcuni casi erano brutali. E anche i rimproveri delle madri. Molti ragazzi ne avevano una grande paura: era peggio una ciabatta della mamma che la benda sugli occhi della dittatura. Cose da bambini.

Per l’anno 1986 i partiti politici raggruppati nel Movimiento Democratico Popular concordarono che quello sarebbe stato un anno decisivo nella lotta contro la dittatura. Il Partito comunista aveva nei suoi giovani una forza rivoluzionaria inarrestabile. Io con i miei scarsi due anni e mezzo di militanza ero già passata per varie strutture politiche, con incarichi di responsabilità, eccetto quelli militari. Non ho mai partecipato ad azioni militari, avevo imparato a maneggiare le armi, ma mai le ho usate.

Il Partito mi chiese di passare in clandestinità e diventare attivista per preparare il grande sciopero nazionale del 2-3 di luglio di quell’anno. Io studiavo sociologia ed ero molto felice. Avevo un fidanzato che lasciai, e nel fare quel passo verso una nuova vita la mia unica preoccupazione era mio fratello, perché eravamo molto uniti. Un pomeriggio, senza dire niente, uscii di casa per recarmi nella zona meridionale del paese. Mio padre era disperato e mia madre – secondo le sue amiche – pianse per mesi interi. Io partii su un treno, in un giorno d’inverno che lacerava il cielo facendone uscire piogge feroci, e per quattro anni non ebbi più una vita mia fino al 1990, quando tornò la democrazia e tornai a studiare teatro.

Il mio lavoro era semplice: se c’erano sei scuole, bisognava prendere sei scuole. Se non c’erano centri studenteschi (e non ce n’erano) bisognava crearli. Se non c’erano dirigenti, bisognava formarli. Dovevamo attrezzare piccole stamperie clandestine per fare comunicati stampa, volantini, opuscoli. Dovevo individuare dei compagni disponibili a entrare nelle milizie del Frente Patriotico Manuel Rodriguez e poi se ne occupavano i compagni del settore militare. All’interno bisognava formare numerose e solide basi giovanili del Partito. E naturalmente occuparmi delle finanze. Secondo le diverse città dove venivo inviata, mi occupavo di uno o dell’altro dei vari aspetti dell’attività; il mio lavoro si svolse principalmente nelle città di Valparaiso e di Santiago.

Condivisi alcuni momenti della clandestinità con l’uomo che fu poi il padre di mio figlio. Accanto a lui festeggiai il ritorno alla democrazia e soprattutto alla nostra vita. Nostro figlio e la nostra storia ci uniranno per sempre. Insieme siamo passati attraverso la morte e la vita. La democrazia cilena non ha cambiato il sistema economico instaurato da Pinochet, se mai lo ha reso più duro. Il valore della solidarietà e l’attenzione per il popolo non esistono. Non è facile vivere così, ma come ha detto la nostra dirigente Gladys Marin lotteremo sempre, anche a costo della nostra vita.

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