Yuri Di Liberto

 

  1. Sulla fobia del potere

Rivolgendo uno sguardo ricognitivo al lessico della filosofia dopo la fine del socialismo reale, dopo la caduta del muro di Berlino, ma - in realtà - già a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, non si può fare a meno di notare come le parole d’ordine della vecchia filosofia (rivoluzione, partito, contraddizione, lotta di classe ecc.) siano state lentamente sostituite da un lessico ad esse complementare, ma talvolta con esse incompatibile. Una certa insofferenza per il fantasma di Stalin, nonché un certo imbarazzo per l’adesione di tanta intellighenzia mitteleuropea al progetto comunista, hanno fatto sì che lo scibbolet, la parola d’ordine, del pensiero filosofico-politico post-Unione Sovietica diventasse - e lo è tuttora - quella del ritiro.

 

Michael Jabara Carley *

 

Il 19 giugno il presidente Vladimir Putin ha pubblicato un articolo[1] sulle origini della Seconda Guerra Mondiale in cui intendeva dimostrare, sulla base di alcuni documenti tratti dai ricchi archivi russi, che l’URSS, contrariamente a quanto dice la storia fake pubblicizzata in occidente, era ben lungi dall’essere responsabile dello scoppio di quel conflitto. Per storia fake intendo quella largamente diffusa, inter alia, dal Parlamento Europeo di Strasburgo e dall’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa.

 

Elena Fabrizio

 

L’enfasi che il dibattito sulla didattica a distanza ha suscitato a livello ministeriale e tra gli organi e gli enti, senza trascurare la longa manus degli altoparlanti mediatici, che da anni premono per una trasformazione della scuola in tassello della più ampia filiera produttiva, doveva suonare subito sospetta, non fosse altro perché palesemente orientata a spostare i problemi della formazione culturale degli studenti sul bisogno di colmare il ritardo e il gap di competenze digitali, intese come esclusivo elemento di giudizio della qualità della didattica scolastica.

Marcello Mustè *

 

La vicenda delle interpretazioni di Gramsci è attraversata da un motivo ricorrente, quasi sotterraneo, che ha assunto diverse direzioni (ora “di destra”, ora “di sinistra”) e che ha spesso tentato di affermare una pretesa estraneità del pensatore sardo alla tradizione del marxismo teorico, la difformità dal pensiero di Marx, il carattere “sovrastrutturalista” della sua elaborazione, di teorico della società civile piuttosto che della struttura economica e dello Stato politico.

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